Di seguito la traduzione del documento programmatico de* compagn*  francesi su Palestina-Israele, per utile conoscenza sulle posizioni reciproche. il documento risale allo scorso giugno, ed è stato riproposto in questi giorni. 

 Coordinamento federale dell'Union Communiste Libertaire, giugno 2020

Il conflitto israelo-palestinese è una guerra coloniale, che contrappone uno stato imperialista a un popolo spogliato. Credere che, da entrambe le parti, le motivazioni religiose o gli interessi economici siano essenziali sarebbe un'illusione.

Israele, uno stato coloniale

La classe dirigente israeliana, e la maggior parte della sua classe politica, sono profondamente intrise di un'ideologia nazionalista e colonialista, il sionismo. Questa ideologia è nata in un contesto di crescente antisemitismo e nazionalismo in Europa. A differenza delle correnti assimilazioniste o rivoluzionarie, le correnti sioniste consideravano l'antisemitismo inevitabile fintanto che gli ebrei rimanevano in minoranza ovunque  e avevano l'obiettivo storico di costituire una maggioranza ebraica nazionale in Palestina, cosa che passò attraverso l'espulsione dei palestinesi durante tutto il processo coloniale, e attraverso una politica di pulizia etnica.

 In  continuità con tutto ciò,  l'attuale classe dirigente israeliana mira a mantenere uno stato su basi etno-nazionaliste in cui la maggioranza nazionale rimanga ebrea. Parte di questa classe dirigente ha addirittura come progetto politico la totale esclusione delle minoranze arabe e druse: la legge del 2018 sullo "stato-nazione del popolo ebraico" è l'inevitabile conseguenza della politica perseguita con costanza dal 1948.

 Tuttavia, lungi dall'essere omogenea, la società israeliana, plasmata dalla guerra e dalla ricerca dell'identità, è estremamente comunalizzata. Gli arabi israeliani - compresi i drusi - sono considerati "sub-cittadini" e non godono degli stessi diritti degli ebrei israeliani. Anche all'interno della popolazione ebraica esistono tensioni significative tra ashkenaziti, sefarditi, mizrahim, ebrei ed ebrei etiopi. Il polo anticolonialista e antirazzista, anche se molto in minoranza, rappresenta uno degli appoggi concreti più diretti al popolo palestinese. All'altra estremità dello spettro, le correnti nazionaliste-religiose e la lobby dei coloni costituiscono un polo ultranazionalista, omofobo, patriarcale e intransigente che pesa sempre più sullo stato israeliano.

 

L'espansionismo sionista non soddisfa solo le caratteristiche di una guerra di conquista. È stata costantemente accompagnata da una politica di pulizia etnica. Durante la guerra del 1948, centinaia di migliaia di civili palestinesi furono costretti a un esodo senza ritorno. Alla fine della guerra del 1967, Israele ha evitato di annettere la Cisgiordania e Gaza - cosa che avrebbe obbligato Israele a conferire la cittadinanza ai suoi abitanti -  e accontentandosi di occupare militarmente queste regioni, ha  privato gli abitanti di quell'area  di tutti i diritti. Con l'ascesa al potere del Likud (1977), il discorso etno-nazionalista si rafforzò e la colonizzazione della Cisgiordania si intensificò. La politica di colonizzazione forzata di Gerusalemme Est dimostra che una politica di pulizia etnica può essere perseguita anche in "tempo di pace".

 La religione non ha giocato un ruolo nell'emergere del sionismo, che definisce l'ebraicità come una nazionalità, sul modello etno-nazionalista. La creazione dello Stato di Israele ha portato alcune delle correnti religiose ad esso inizialmente contrarie a unirsi ad esso in una "sintesi nazionale-religiosa", che intende giustificare l'esistenza dello Stato a posteriori con argomenti religiosi generalmente assenti dal progetto sionista iniziale. I nazionalisti "laici", invece, giustificano la costruzione dello stato israeliano in nome di un regno ebraico che esisteva in questo territorio 2500 anni fa.

 Nemmeno gli interessi economici sono la causa principale dell'espansionismo israeliano. Fondamentalmente, le politiche espansionistiche dei sionisti sono tipiche di quelle rare situazioni in cui l'ideologia prevale sulla razionalità economica. I costi economici e sociali della colonizzazione e dell'occupazione militare sono sproporzionati rispetto ai pochi vantaggi che possono essere rappresentati dal controllo delle risorse naturali e di un proletariato palestinese diseredato.

 Una delle principali sorgenti di questa ideologia all'interno della diaspora ebraica e della popolazione israeliana è la paura di un nuovo genocidio, che porta a considerare essenziale il mantenimento di una "maggioranza nazionale" ebraica in uno "Stato di rifugio., Israele, qualunque cosa il costo. Tuttavia, lungi dall'essere un rifugio dall'antisemitismo, questa politica contribuisce all'isolamento della minoranza ebraica in altri paesi e conduce la popolazione israeliana nella  guerra e nel colonialismo. Evita la questione essenziale della lotta all'antisemitismo, volendo subordinarlo al sostegno dello stato israeliano, ed elimina anche altre questioni come il "diritto al ritorno" nel loro paese di origine delle minoranze ebraiche mizrahim,  e sefardita la cui cultura araba / persiana / curda ... è negata.

 Tuttavia, il colonialismo israeliano ha un grande interesse economico e geostrategico per gli imperialisti occidentali: dal mandato britannico alla creazione dello Stato di Israele, sostenuto sia dall'Occidente che dall'URSS, questi ultimi hanno sempre voluto tenere sotto controllo il Vicino e il Medio Oriente, una grande posta geostrategica ed economica.

 Il popolo palestinese, in  lotta per i propri diritti

 Il popolo palestinese, in tutte le sue componenti, si batte soprattutto per i propri diritti. I cosiddetti  palestinesi del '48 (arabi israeliani, compresi i beduini) si battono per la parità di diritti e contro la discriminazione. Quelli in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza stanno combattendo contro l'occupazione militare e per la sovranità sulle loro terre. I rifugiati lottano per il diritto al ritorno o per il risarcimento del danno subito. Sebbene le priorità di queste componenti possano divergere, una profonda solidarietà le lega di fronte all'oppressione.

La resistenza palestinese oggi è essenzialmente una resistenza civile e pacifica. Militarmente, l'Autorità Palestinese - come prima e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina - pesa poco di fronte a Israele. È questa incapacità di ottenere l'indipendenza con le armi che può aver spinto giovani palestinesi disperati a diventare "martiri" in attentati suicidi.

 Ancora una volta, la religione non era la motivazione principale. Gerusalemme e la Moschea di Al-Aqsa sono soprattutto simboli nazionali. La resistenza palestinese formata nei campi tra il 1948 e il 1967 è stata profondamente laica, come la maggior parte del popolo palestinese, dove musulmani e cristiani di tutte le convinzioni vivono in armonia. Il progetto "Palestina democratica", portato avanti dall'OLP dal 1969 al 1993, evocava un paese unico e laico i cui cittadini, atei o di fede ebraica, musulmana o cristiana, potessero vivere in libertà e uguaglianza. Questo progetto doveva essere l'antitesi dello stato etnico discriminatorio incarnato da Israele.

 Gli interessi economici che il popolo palestinese può avere nella sua emancipazione è ovvio: i diritti sociali, il diritto di coltivare la propria terra, il diritto di navigare, la libertà di movimento, il recupero o il risarcimento per le proprietà saccheggiate, ecc. È il fallimento della realizzazione di questo progetto laico che ha aperto la strada a correnti “nazional-religiose” come Hamas e la Jihad islamica, inizialmente guardate con gentilezza dallo Stato di Israele, che ha visto l'opportunità di rimuovere ogni prospettiva di un soluzione che rompe con l'etno-nazionalismo.

 Il popolo palestinese da solo di fronte all'occupante

 La resistenza palestinese oggi è sola di fronte all'espansionismo sionista.

 Non ha nulla da aspettarsi dalle potenze imperialiste occidentali. La storia è simile quando si parla di stati nella regione. Sebbene abbiano usato la lotta palestinese, raramente l'hanno servita. Giordania, Arabia Saudita, Qatar così come Egitto e Siria sono stati travolti dall'indipendenza che la resistenza palestinese ha dimostrato nei loro confronti.

A volte l'hanno combattuta con le armi, compiendo massacri come quello del Settembre Nero del 1970. Oggi, nonostante la pressione della loro opinione pubblica, questi stati preferiscono normalizzare i loro rapporti con lo stato sionista. [...]

 L'assistenza internazionale più sincera al popolo palestinese verrà dalla società civile, nei paesi della regione, negli Stati Uniti, in Europa, nello stesso Israele. È dall'azione degli anticolonialisti israeliani che i palestinesi possono aspettarsi di più.

 La resistenza popolare purtroppo non può fare affidamento sull'Autorità Palestinese, criticata e considerata illegittima da gran parte della popolazione palestinese a causa della sua collaborazione con l'occupante e in concorrenza con il "governo" di Hamas nella Striscia di Gaza.

 Laicità, libertà, uguaglianza: un progetto per la Palestina

 Non ci può essere pace senza giustizia. Questo è il motivo per cui l '"accordo del secolo" brandito da Donald Trump non porterà a nient'altro che a un'escalation coloniale. Cercare di raggiungere la pace senza rispondere alle profonde aspirazioni di autonomia e riconoscimento del popolo palestinese può solo portare al fallimento, alla disillusione e, ancora una volta, alla rivolta popolare.

 Ipotesi di soluzione immediata del conflitto:

 -La creazione di uno stato palestinese. Questa concessione accettata dall'OLP a Oslo nel 1993 è un triste passo indietro rispetto al progetto iniziale di "Palestina democratica". Riconosce l'esistenza dello Stato di Israele e la necessità di una divisione etnica. Uno stato è ora l'obiettivo a breve termine della resistenza palestinese, che fornirà un minimo di sicurezza entro i confini internazionalmente riconosciuti. Ma questa soluzione sembra oggi impossibile a causa delle dimensioni della colonizzazione, la vitalità di un tale stato, grande come un dipartimento francese e senza continuità territoriale, è più che dubbia.

-La nascita di una federazione israelo-palestinese. All'interno di un unico confine, due entità legali, una "israeliana" e una "palestinese". Questo progetto ha il vantaggio di garantire l'autonomia culturale e la parità di diritti di due popoli che si credono diversi, e in particolare di rispondere al profondo desiderio degli israeliani di una "casa nazionale ebraica". Ma a lungo termine, rappresenta un rischio di deriva libanese, con la sua frammentazione della comunità.

Questi due progetti hanno essenzialmente un valore tattico. Non antagonisti, esprimono ciò che può essere possibile, in più fasi, in una data situazione, in un dato momento. Non dovrebbero focalizzare i dibattiti perché, di per sé, non soddisferebbero le aspettative palestinesi - non rispondono, ad esempio, alla questione cruciale dei rifugiati e dei loro diritti, una questione che finché non esiste.non sarà risolta una fonte di grande conflitto.

 Un Paese unico, laico e democratico che non si potrebbe chiamare "Israele" resta l'unica soluzione politica in grado di garantire la pace e l'uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dal loro background culturale. Questa soluzione, se può sembrare irraggiungibile a breve,  rimane in vigore per tutti gli attivisti, israeliani e palestinesi, ostili alla segregazione etnica e al razzismo di stato. La presenza di forze politiche in Israele come in Palestina, avendo un'interpretazione religiosa e razzista del conflitto, minaccia un simile progetto. In cambio, la riconciliazione, la pace, l'uguaglianza e la laicità sono le migliori armi per combattere questi fondamentali.

La prospettiva di una "federazione socialista mediorientale", se non è una precondizione per una tale soluzione, può rappresentare un importante fulcro per la resistenza palestinese, spazzando via i regimi nella regione che hanno interesse a escludere qualsiasi reale e anticolonialista soluzione al conflitto.

L'UCL sostiene il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese

 Per la resistenza palestinese, sostenuta dalla maggioranza della popolazione palestinese, questa autodeterminazione implica:

 -l'evacuazione da parte dell'esercito israeliano di tutti i territori occupati dal 1967 e la fine del blocco di Gaza;

-lo smantellamento di tutti gli insediamenti e le infrastrutture coloniali in Cisgiordania;

-il diritto dei rifugiati a tornare alle loro case e / o ad un equo compenso;

-sostanziale uguaglianza dei diritti tra cittadini arabi e non arabi in Israele;

-il diritto alla creazione di uno stato vitale accanto a Israele. Il mantenimento della prospettiva a lungo termine di un paese unico, laico e democratico, tuttavia, rimane una necessità;

- l'aiuto a ricostruire tutte le infrastrutture distrutte e l'economia palestinese.

 Nell'immediato,  l'UCL:

 -ribadisce il suo sostegno alla resistenza palestinese;

-ribadisce il suo sostegno agli anticolonialisti e ai ribelli dell'esercito israeliano;

-condanna qualsiasi interpretazione e pretesa razzista o religiosa collegata al conflitto in Palestina. Sia il razzismo anti-arabo che l'antisemitismo sono strumentalizzati dallo stato israeliano, dalle correnti sioniste per giustificare la guerra etnica che lo stato israeliano sta conducendo, da persone nazionaliste-religiose, dai leader e dalle classi dominanti dei paesi della regione.  Affermiamo che la duplice lotta contro il razzismo anti-arabo e l'antisemitismo è una chiave essenziale per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Costruire un'alternativa credibile e concreta all'antisemitismo è una condizione essenziale per indebolire l'influenza politica delle correnti sioniste;

-chiede la smilitarizzazione della società israeliana.

-chiede l'esercizio di sanzioni economiche allo Stato israeliano

-chiede la smilitarizzazione della società israeliana.

-chiede l'esercizio di sanzioni economiche nei confronti dello Stato coloniale israeliano, da un lato, abrogando l 'accordo di associazione" economico, militare e scientifico tra l'Unione europea e Israele; dall'altro, senza indugio, boicottando i prodotti importati da Israele tramite la campagna internazionale Boycott Divestment Sanction (BDS);

-chiede la fine di ogni cooperazione militare con lo Stato di Israele.

 

Coordinamento federale dell'Union Communiste Libertaire,  2021

 



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Palermo Contro il terrorismo di Stato




  • - 12 dic alle ore 18:00 -
  •       - 15 dic alle ore 17:00 UTC+01




  • Piazza Giuseppe Verdi, 90138 Palermo PA, Italia

  • Dettagli
A 50 anni dall'anniversario della strage di Piazza Fontana 12 dicembre 1969 e dall'assassinio di Giuseppe Pinelli avvenuto tra la notte del 15 e il 16 dicembre 1969 nei locali della questura di Milano. Palermo non dimentica!
Programma in via di definizione vi invitiamo a condividere l'evento e a fare Memoria Attiva.

 Prossimo appuntamento organizzativo giovedì 28 novembre ore 17:30   al Laboratorio Andrea Ballarò largo Rodrigo Pantaleone 9 - Palermo




     


INDICE ARTICOLI: (CLICCA SULLA PAGINA E LEGGI IL PEZZO)  

PAG 1 SUL VENEZUELA:
·       DOCUMENTO DELLA FEDERAZIONE ANARQUISTA DI ROSARIO
·       DOC UMENTO DELLA FEDERACIÓN ANARQUISTA URUGUAYA
·       DOCUMENTO UFFICIO STUDI ALTERNATIVA LIBERTARIA/FdCA
·       RIFLESSIONE A CALDO  E NON LA SOLA COME CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE INTERNA

PAG 2 -  SOVRANISMODOCUMENTO FINALE DEL 103 CONSIGLIO dei DELEGATI DEL 26 GENNAIO 2019 

PAG 3 -   SUL  “ DUALISMO ORGANIZZATIVO :
·       PIATTAFORMA ORGANIZZATIVA DELL’UNIONE GENERALE DEGLI ANARCHICI GRUPPO DEGLI ANARCHICI RUSSI ALL’ESTERO
(GRUPPO REDAZIONALE DI “DELO TRUDA” 1926   -  INTRODUZIONE ;
·       COMUNISTI ANARCHICI: UNA QUESTIONE DI CLASSE ;
·       ORGANIZZAZIONE SPECIFICA E ORGANIZZAZIONE DI MASSA ;

PAG 4 -   SPAZIO APERTO LIBERTARIO :
·       "CHIAMATECI FEMMINE ..."  DOCUMENTO DEL GRUPPO “FIMMINI LIBBIRTARI” 
PAG 5 -   EVENTI LIBERTARI :
·       BARI - RICORDANDO DONATO ROMITO PRESENTAZIONE DEL LIBRO “ GLI ANARCHICI DI PIAZZA UMBERTO”
·       LIVORNO – PRESENTAZIONE DEL LIBRO “ GRUPPI ANARCHICI D’AZIONE PROLETARIA” 
·       PRESENTAZIONE DEL LIBRO “SENTIERIPROLETARI”  STORIA DELL’ASSOCIAZIONE PROLETARI ESCURSIONISTI APE






Una riflessione a partire dalle vicende del Venezuela


Una riflessione a partire dalle vicende del Venezuela

Oppressi e oppressori

La storia dimostra, in termini più generali, che le nazioni e i popoli oppressi una volta liberatesi dal dominio di altri popoli e nazioni, divengono, o possono diventare a loro volta, nazioni e popoli opprimenti.

Gli Stati Uniti che furono il primo grande paese a liberarsi dal dominio coloniale divennero a loro volta una nazione colonizzatrice. Gli ebrei vittime secolari dell’odio razzista e delle persecuzioni fino alla tragedia dell’olocausto, hanno prodotto il sionismo il quale, una volta realizzato il suo stato nazionale, si è trasformato in oppressore del popolo palestinese: d’altro canto le varie compagini nazionalistiche palestinesi e tutti i nemici giurati di Israele predicano la distruzione dello stato e del popolo israeliano per ragioni nazionali, raziali e religiose.

In realtà qualunque teoria nazionale, dalla più moderata a quella più radicale, così come dal populismo più demagogico, fino alle esperienze più avanzate e democratiche quali quella Zapatista in Chapas, hanno in comune l’assenza di universalità, sia perché la rifiutano a priori (nazionalismo, peronismo, populismo,) sia perché non possono esprimerla e rappresentarla per condizioni oggettive di arretratezza. (indipendentismo, guevarismo, zapatismo).

Ciò che i paesi arretrati dovrebbero esprimere è la transizione al comunismo, ma ciò che concretamente possono esprimere è la stagnazione economica e la crisi del sottosviluppo oppure, in alternativa a questo tragico scenario, l’orizzonte oppressivo della dittatura quale unico mezzo per conferire alle deboli borghesie di questi paesi la possibilità di una modesta accumulazione, che implica lo sfruttamento delle rispettive classi subalterne per un “interesse nazionale” di affrancamento dall’imperialismo che può giungere allo scontro aperto con esso, fino alla subordinazione ad una nuova potenza imperialistica che intende così accrescere il proprio ruolo nell’area di riferimento.

Il capitalismo nel corso del suo sviluppo si è internazionalizzato creando un mercato mondiale e dando luogo, per la prima volta nel corso dell’umanità, ad un processo storico universale: in un simile processo il proletariato è divenuto l’unica classe capace di raccogliere per intero questa universalità e di trasmettere un processo emancipatore non di un’unica classe, fosse anche il proletariato medesimo, ma di tutta l’umanità.

Il proletariato è l’unica entità sociale universale capace di schierarsi contro il particolarismo della borghesia che per difendere i suoi interessi di classe non generale ha rinnegato gli ideali di libertà, fraternità e uguaglianza che animarono in Francia la grande rivoluzione borghese del 1789.

In un mondo interamente dominato dal capitalismo, laddove i paesi più arretrati sopportano il sanguinoso scenario del conflitto imperialistico tra potenze, le lotte di liberazione nazionale non hanno più alcuna capacità di trasformarsi in processi di emancipazione del proletariato dei paesi arretrati: in un simile contesto” la rivoluzione a tappe” che consta dell’appoggio tattico alle borghesie nazionali assume la fisionomia di una vera e propria utopia reazionaria, poiché i processi di trasformazione sociale e di concentrazione del proletariato nei paesi in via di sviluppo, assieme alle rotte di migrazione della forza lavoro sono divenute prioritarie rispetto alla questione nazionale.

A questo punto la domanda, frequente, che alcuni compagni pongono e cioè - “cosa dovrebbero fare i rivoluzionari, e tra questi gli anarchici in Irak, in Palestina, o in Siria o in Venezuela non ha senso alcuno, sia perché è intrisa di umori moralistici, sia perché non è rivolta alla stratificazione sociale e di classe propria di quelle aree nel contesto della competizione imperialistica internazionale sconvolta, aspetto questo fondamentale, dal comparire di nuovi importanti e contraddittori soggetti, Cina, India, Europa, Brasile, Russia.

Un inedito assetto mondiale

Questo progressivo sconvolgimento di un assetto storico secolare, costituitosi nel 1500 con il decollo della potenza europea, con il rifluire dell’Asia e con il profilarsi all’orizzonte di quella che sarebbe poi divenuta la principale potenza imperialistica mondiale, gli USA, origina oggi un assetto mondiale nuovo ed aperto a scenari in larga parte inediti, caratterizzato dal progressivo declino dell’egemonia USA, dal progressivo consolidamento di un polo imperialistico europeo (un processo questo certamente contraddittorio – l’Europa esprime forze che faticano a stare insieme ma che devono, comunque, fare sistema in quanto sono spinte all’unità dalla competizione imperialistica sui mercati internazionali), dal rapido sviluppo della Cina verso un ruolo di grande potenza imperialistica, dallo sviluppo capitalistico dell’India e da quello continentale del Brasile e dal ruolo della Russia. E’ questo, ad esempio, il contesto mondiale in cui collocare le guerre e i conflitti in Iraq e in Siria e sarebbe riduttivo ritenere che tali conflitti siano combattuti solo per il petrolio e per le altre fonti di energia quando, invece, essi hanno assunto e assumono anche un ruolo strategico: un monito lanciato dagli USA nei confronti dell’Europa, della Russia e della Cina, non ostante che questo ruolo debba fare i conti con gli assetti politici e istituzionali obiettivamente variabili e contraddittori che assumono le potenze imperialistiche, spesso soggette a spinte centripete al fine di difendere interessi particolari.

Ora, noi che risiediamo in pace non dovremmo sprecarla questa nostra condizione di oggettivo privilegio.

Dovremmo smetterla di ragionare come se fossimo tutti i giorni sotto i bombardamenti.

Avendo la fortuna di risiedere lontano dalle situazioni di pericolo dobbiamo invece analizzare freddamente ciò che è accaduto ieri per capire ciò che sta accedendo oggi, evitando di fare finta che la contrapposizione di classe, temporaneamente sospesa o modificata in alcune aree o nazioni dall’andamento delle fasi storiche e dal dramma della guerra imperialistica, cessi di esercitare il suo ruolo polarizzante.

La mistificazione fondamentalistica e nazionalistica, così come la menzogna imperialista sono complementari, allignano e si sviluppino proprio in assenza di analisi corrette: nel fuoco della battaglia e nella distruzione della guerra non c’è spazio per disquisizioni sociologiche.

Il fatto è che ognuno deve svolgere il ruolo che le contingenze storiche determinano, per cui appare immorale sul piano etico e gravissimo su quello della coerenza rivoluzionaria, che chi se ne sta comodamente seduto al computer finga di giocare alla guerra e si atteggi quando a guerrigliero, quando ad apostolo se non, addirittura a megafono dei conflitti sociali nei paesi arretrati, quando a turista della rivoluzione dispensando consigli su come, dove e quando combattere il nemico israeliano o americano che sia, e se questa opposizione debba essere violenta sino alla strage indiscriminata di civili, o se fermarsi ai soli militari, o se aborrita la suddetta si debba procedere a contrastare l’occupazione militare per vie pacifiche diventando pacifisti integrali e testimoniali senza se e senza ma; se sia corretto “comandare ubbidendo” dalle selve alle metropoli imperialistiche, o/e appoggiare o contrastare la resistenza irakena, palestinese o siriana tracciando distinguo tra bomba e bomba, uccisione e uccisione, massacro e massacro, tra sangue e sangue.

A parte la filantropia che ha una sua dignità ma non configura alcun progresso sul piano rivoluzionario, il resto sono tutte chiacchiere.

La guerra è una dinamica oggettiva che si beffa del massimalismo e del soggettivismo e di ogni altra buona intenzione, di ogni etica e di ogni dolore per imporre leggi proprie, oggettive, dolorose e in eludibili.

Nei paesi arretrati ciò che oggi manca è, tra le molte cose importanti, il ruolo della minoranza agente volta a selezionare i quadri rivoluzionari idonei ad articolare un chiaro progetto internazionalista, per saldare gli interessi del proletariato dei paesi arretrati con quelli identici del proletariato di tutto il mondo, con la significativa ma circoscritta eccezione del ruolo e dell’azione del PKK in Rojava.

g.a.

DECLARACIÓN DE LA FEDERACIÓN ANARQUISTA URUGUAYA SOBRE LA SITUACIÓN EN VENEZUELA


FEBRERO 2019

               Nuevamente Venezuela está en la mira y en el centro de los debates. Rimbombantes declaraciones en todos los medios de prensa de diversos actores condenando al gobierno de Maduro, algunos reconociendo a Guaidó como Presidente, otros distanciándose de ambos, como si todo lo que está en juego en Venezuela ahora mismo, se dirimiera en el reconocimiento o no de un gobierno determinado. El tema es mucho más de fondo, y como ya lo hemos abordado en otras ocasiones, intentaremos aquí hacer un análisis mucho más complejo, pero siempre parados desde nuestra concepción Anarquista y Especifista, como parte de los pueblos latinoamericanos que resisten a diario todas las estructuras del sistema capitalista y del imperialismo norteamericano, presente desde hace casi dos siglos en nuestra región.

               El 10 de enero asumió un nuevo período de gobierno Nicolás Maduro. En las semanas previas el Grupo de Lima (un grupo creado e integrado por 12 países de la región a los solos efectos de derribar al gobierno de Maduro) realizó activa campaña en contra de los que ellos consideran es un "dictador", " usurpador", "un gobierno ilegítimo", con el objetivo de impedir un nuevo mandato de Maduro y del PSUV (Partido Socialista Unificado de Venezuela).

               Esta nueva campaña vino acompañada de una importante actividad interna de la oposición al gobierno del PSUV, que incluyó la auto-proclamación del desconocido Juan Guaidó como "Presidente interino o de transición". ¿Quién es Juan Guaidó? ¿De dónde salió? La misma pregunta se hacía la prensa internacional que lo apoyaba, es decir, los grandes medios internacionales apoyan a alguien desconocido y a quien "presentan en sociedad". Ese mismo Juan Guaidó es un diputado, supuesto presidente de la Asamblea Nacional, que desde 2016 no funciona, no se reúne, debido a los conflictos ocasionados entre oposición y gobierno en aquellos momentos, al asumir una mayoría opositora en dicha Asamblea o Parlamento. Un conflicto de poderes dentro del Estado, pero que ahora la derecha utiliza para intentar dar un nuevo Golpe de Estado.

               Lo llamativo en esta ocasión es que Juan Guaidó se convirtió de la noche a la mañana en el líder de la oposición, contando con total apoyo del gobierno de Estados Unidos, para desestabilizar nuevamente la situación política y social venezolana, de modo de dar por finalizada "la Revolución Bolivariana" y reinstaurar a los partidos de derecha y extrema derecha nuevamente en el gobierno. Los propios operadores y cerebros políticos de la derecha venezolana criticaron a Guaidó por su "tibieza" en los primeros momentos de su aparición pública porque no se decidía a proclamarse "Presidente interino", como sí lo hizo el 23 de enero a influjo de esa misma derecha y de los EEUU. Toda la derecha incita al golpe de Estado liso y llano.



Esto no es nuevo

               Esta nueva andanada de la derecha venezolana vino de la mano del mensaje del vicepresidente norteamericano Mike Pence, brindando apoyo a las movilizaciones contra Maduro que se iniciaron el 21 de enero y que tuvieron su cenit el 23. Éstas fueron movilizaciones inmensas, que sin duda, lograron captar y encauzar el descontento y el desgaste de la población con la "Revolución Bolivariana". Pero esto no significa que dichas movilizaciones expresen los anhelos populares sino de las clases dominantes venezolanas y la extrema derecha. De hecho Guaidó es el "referente", el peón colocado en esta instancia por Estados Unidos, debido a que no hay otro. Los principales referentes de la derecha están en extremo desacreditados ya sea por su pertenencia de clase  tales como María Corina Machado, líder de Vente Venezuela y de Súmate, empresaria y miembro de la "oligarquía" venezolana, a la cual el régimen chavista le ha expropiado alguna de sus importantes empresas, como industrias del aluminio; o Leopoldo López referente de extrema derecha del partido Voluntad Popular, fotografiado atentando contra bustos del "Che" Guevara o Hernando Capriles  líder de Primero Justicia, están hoy desgastados y no pueden ejercer un liderazgo eficaz. Por esa el nombramiento de este "peón" y su lógica "incineración". La finalidad es sacar a Maduro, establecer un gobierno de transición y luego desembarcan los marines de EEUU y las empresas norteamericanas con sus inversiones.

               Pero decíamos que esta situación no es nueva. En abril de 2002, Estados Unidos apoyó un golpe de Estado contra Chávez en aquel momento, colocando en el gobierno a Pedro Carmona, presidente de la patronal Fedecámaras. Un golpe de Estado con un claro sentido de clase si quedaban dudas. Ese golpe falló, Chávez volvió al gobierno e impulsó con nuevos bríos una serie de políticas sociales ("las Misiones") y de cierto protagonismo del pueblo en "las comunas", en un inédito Poder Popular desde arriba, desde el Estado, pero que sin embargo desató una importante participación de la gente en un cierto período de tiempo, creando cooperativas de producción, de consumo, organizando barrios enteros en forma autogestiva. Ello convivió con la burocracia estatal y el papel cada vez más creciente del Ejército, en un proceso contradictorio, pero donde el pueblo comenzaba a tener un poquito de todo aquello que durante siglos le habían negado: una alimentación digna, servicios sociales, cierta dignidad y participación social y política.

               Estaba fresco aún "el Caracazo" de 1989, esa inmensa explosión popular contra la política neoliberal de Carlos Andrés Pérez, que generó una hiperinflación y hambre, y la feroz represión que la siguió causó 3 mil muertes.  Chávez aparece públicamente en 1992, en un intento de golpe de Estado que fracasa, siendo liberado años más tarde e iniciando un movimiento político que reunió a la izquierda venezolana, incluso a varios ex miembros de la guerrilla de los años '60. Un militar con discurso nacionalista, girando paulatinamente a la izquierda, rodeado de gente y partidos de un amplio arco de izquierda...uno de esos atípicos experimentos políticos caribeños, que nos hacían recordar a los "populismos" de los años '40 y '50.  

               Lo cierto es que concitó el rechazo de la burguesía venezolana y la derecha. Un claro instinto de clase -y de racismo- se ponía arriba de la mesa: para la burguesía ahora los negros y mulatos, los indios, los pobres, los de abajo, accedían a "algo" y ese "algo" siempre va a ser sobredimensionado por quienes tienen el poder. Ese "algo" les pertenecía a los ricos, a los dueños de Venezuela, y no estaban -ni están- dispuestos a perderlo.

               Por ello el golpe de Carmona de 2002, el golpe de Fedecámaras, la Central de Trabajadores de Venezuela (central amarilla financiada por EEUU) y por los partidos políticos tradicionales Copei y Acción Democrática.

               Fracasado dicho golpe de Estado, EEUU -más directamente la Central de Inteligencia, la CIA- su puso a la obra con ingentes recursos (cientos de millones de dólares) para financiar nuevos partidos políticos de la oposición (Voluntad Popular, integrado por Guaidó entre otros, Primero Justicia y otros), también financiando a diversas ONG's y organizaciones promotoras de "educación ciudadana" y "derechos humanos". La finalidad de la CIA era -y es- debilitar al régimen chavista para colocar en el gobierno a la derecha. Los medios no importan. Si es por vía electoral o vía la desestabilización y  golpe de Estado no es relevante ni para EEUU ni para la oposición venezolana.

               La muerte de Chávez fue un duro golpe para el régimen.  Chávez nombró a Maduro como su "delfín", sabiendo que dentro del PSUV recrudecerían las luchas intestinas por cuotas de poder y que la corrupción y venalidad iban a incrementarse, como de hecho lo hicieron. La población no acompaña con el mismo entusiasmo a Maduro. Un proceso que tenía una alta cuota de "liderazgo personal", de cierto "populismo de siglo XXI", encontraba allí uno de sus puntos débiles.

               Ante ello la derecha y EEUU recrudecieron sus ataques. Se multiplicaron las diversas movilizaciones en el mismo año de 2013, luego de la muerte de Chávez. Utilizaron como punta de lanza al movimiento estudiantil, del cual un sector tenía fuerte infiltración de la derecha. Pronto los partidos opositores pasaron por encima de los estudiantes universitarios y encabezaron las protestas. Se hicieron famosos los fascistas de Leopoldo López y Hernando Capriles con ropajes "democráticos". Las cámaras de la prensa internacional estaban para mostrar cómo eran detenidos estos reaccionarios y golpistas, pero no mostraba la resistencia popular en la calle, como tampoco la mostró en 2002. Se demostró que las "guarimbas" de la oposición estaban armadas con mucho dinero fluyendo desde los diversos tentáculos de la CIA como NED e IRI (planes de financiamiento de diversos organismos de derecha).

               Desde allí hasta ahora, la derecha alternó movilizaciones callejeras (no siempre masivas) y por lo general en los barrios de los "escuálidos", en las zonas ricas de Caracas y las ciudades, con la participación electoral. Pero las elecciones, ese manido artilugio liberal burgués, es útil si da el resultado que la burguesía quiere. Como el chavismo se ha especializado en ganar elecciones liberales burguesas, la burguesía venezolana y norteamericana, y la mayoría de las burguesías del mundo declaran que no son elecciones válidas, que en "Venezuela hay una dictadura" y que "Maduro es un usurpador". Nunca se ha demostrado más cierto que las elecciones son válidas si ganan los que los poderosos quieren.

               Esta es una nueva oleada de ataques, pero han sido varias, y en todas ha salido derrotada la derecha y EEUU. Sin embargo, el régimen de Maduro se va erosionando, aparecen divisiones en su seno, diversos grupos y personas manifiestan su descontento sin volcarse a la oposición, todo ello en un marco donde se ha agravado el cerco económico y de distribución de alimentos y medicinas en estos últimos años. No se han atacado los monopolios como el del gigante empresarial Polar en tan relevantes rubros. Hay que sumarle  la inoperancia, la corrupción, la burocracia del propio gobierno y "el mercado negro" que crece en estas situaciones de desesperación.

El petróleo

               Todo el mundo sabe que el objetivo primordial de EEUU es retomar el control del petróleo venezolano. Venezuela es un lago de petróleo, literalmente. Allí están las mayores reservas petrolíferas del planeta con más de 300 mil millones de barriles. Es la primer reserva petrolífera del mundo. La segunda es Arabia Saudita, pero como es una aliado "carnal" de EEUU, éste no osa invadirla ni agredirla de ninguna manera, aunque allí gobierne una Monarquía Teocrática que financia el terrorismo salafista (como Estado Islámico) o sea el país de Oriente Medio con mayor nivel de represión a las mujeres, la prensa, etc. Allí EEUU no reclama "democracia". La casa de Saud -ahora con Bin Salmán- son fieles aliados de la potencia "democrática" del planeta.

               Por este motivo, Venezuela e Irán, entre otros países, están en la lista de "enemigos" de Estados Unidos y éste pretende tomar su control por cualquier medio. Ya lo hizo en Libia, de la mano de la "demócrata" Hillary Clinton y lo intentó hacer en Siria. Estados Unidos no escatima en diezmar poblaciones, convertir a ciertos países en la miseria más absoluta, volverlos "Estados fallidos", tal como se hizo en Libia o en Irak. El petróleo: ese es el objetivo de EEUU y las multinacionales del sector.

               De hecho, el recrudecimiento de las sanciones económicas contra Venezuela en días pasados, han tenido como eje las acciones de Citgo, la empresa petrolera venezolana en EEUU, filial de PDVSA. Por esas sanciones, EEUU bloquea 7000 millones de dólares y 11 mil millones de dólares en exportaciones petroleras para este 2019. Ello totaliza una tercera parte del PBI de Uruguay, aproximadamente. Citgo además posee tres refinerías, 48 terminales de almacenamiento y 6 mil estaciones de servicio en EEUU, un nada desdeñable capital, pero donde se vende y distribuye combustible a un costo menor que las petroleras norteamericanas comandadas por los Rockefeller, Bush, etc. También se ahoga a Citgo en materia crediticia a nivel internacional.

               Fue justamente a través del petróleo que el régimen chavista pudo financiar las políticas sociales ("las Misiones") y una cierta redistribución en los años de Chávez; como contrapartida de ese petróleo a altos valores en el mercado mundial, Venezuela profundizó su dependencia económica y no se industrializó. Pero ello le permitió una política internacional interesante y de apoyo a países latinoamericanos, creando Petrocaribe. Cuba y varias pequeñas Antillas se han beneficiado de esta política de petróleo barato y de estrechar lazos diplomáticos. Fue este misma política y alianza la que posibilitó la derrota de EEUU y el Grupo de Lima en la OEA en días pasados. Pero fue esa política la que también motivó a Estados Unidos a apoyar y dar un golpe de estado en Honduras contra el gobierno de Zelaya, porque éste tibiamente se estaba acercando a la política exterior venezolana. EEUU no podía permitirse que uno de sus "peones" se les fuera del tablero. Honduras fue base militar de la "contra" nicaragüense en los '80 y de todas las contrainsurgencias de esos años. También de allí partió el golpe contra la " Revolución Guatemalteca" de Arbenz en 1954. También motivó la política junto con Arabia Saudita de bajar los precios internacionales del petróleo para mellar las posibilidades de Venezuela e Irán y sus respectivas políticas exteriores.

Un largo historial de agresiones

               Es nuestra América Latina un territorio que ha soportado las más cruentas agresiones del imperialismo norteamericano. Y nuestros pueblos han sufrido y soportado las consecuencias de dichas agresiones. Es largo ese criminal historial, pero mencionemos algunas de las más notorias. Invasión a México en 1845 y declaración de guerra. Resultado: México pierde la mitad de su territorio, la cual es actualmente la zona petrolera de Estados Unidos.

               Cuba y Puerto Rico en 1898. A través de la "Enmienda Platt" (enmienda agregada por EEUU en la Constitución cubana), la isla se convertía en una colonia norteamericana. Allí primaron los intereses de las empresas azucareras, la banca y el juego yanqui, como también la prostitución. En su momento, la Revolución Cubana cortó estos negociados y dicha relación colonial. Sin embargo, Puerto Rico se mantiene bajo dominio pleno del águila norteamericana.

               Pero en ambos casos, como en Nicaragua (invadida ya en 1855), Estados Unidos aplica el mismo esquema: apoyo a gobiernos "títeres", fraude electoral constante y golpes de Estado. Si es necesario, en última instancia, desembarco de los marines. Invasión. Contra ello luchó dignamente Augusto César Sandino en Nicaragua junto a su guerrilla popular.

               En 1914 invasión a Haití, saqueo del país. Anteriormente, en 1903, EEUU se arroga el derecho de inventar un país: Panamá. Financió y apoyó un "movimiento independentista" en esa zona de lo que era Colombia. Es decir, quitó una parte de Colombia para construir allí el famoso Canal Interoceánico, el cual fue territorio de los Estados Unidos, custodiado por sus marines. Por ello  Omar Torrijos, quien negociara con EEUU la devolución del Canal a manos panameñas, fue asesinado en un atentado en 1981.

               Más cerca geográficamente, el apoyo directo de la CIA y la Embajada de EEUU al golpe de Estado de Pinochet en Chile en 1973, muy bien documentado. Del mismo modo, su participación activa en el Plan Cóndor que asesinó y desapareció a decenas de miles de compañeros en el Cono Sur. El apoyo de EEUU a los innumerables golpes de Estado en Argentina, Brasil, Bolivia y al Paraguay de Stroessner, su apoyo al golpe de 1973 en Uruguay. La invasión a Granada en 1983.

               La invasión de los marines a Panamá nuevamente en 1989, para "liberar" a ese país de Noriega, un cruel dictador. Claro, lo que los norteamericanos no estaban dispuestos a admitir era que Noriega era "Su Hombre" en Panamá. Trabajaba para la CIA y para la DEA, pero se le ocurrió "saltarse" a los yanquis en el tráfico de cocaína desde Colombia vía Panamá hacia EEUU. No le iban a perdonar ese "pecado" y de pasó el gobierno norteamericano disciplinaba al pueblo panameño. Arrasaron el país y dejaron 3 mil asesinados.

               Ejemplos sobran. Miles de crímenes. Los listones rojos de su bandera son de sangre, de pueblos asesinados por sus mezquinos intereses. Por los intereses de una burguesía que se cree dueña del mundo.

               Es más, el plan de agresión contra Venezuela en sus inicios, era muy similar al utilizado en Chile en 1973. En esta última etapa le han ajustado "detalles" de relevancia: prevén descaradamente invadir el país sin mayores tapujos.

El escenario internacional

               El escenario internacional juega mucho en la crisis venezolana. Maduro antes de asumir su nuevo mandato fue a Rusia a reunirse con Trump para garantizar su apoyo en todos los terrenos. El papel de China también es importante. Tanto Rusia como China tienen importantes inversiones en Venezuela y en América Latina en general. Eso hace que esta región entre en el tablero de las disputas inter-imperialistas mundiales.

               Pero algo de cierto hay en eso de que se terminó la "unipolaridad" post Guerra Fría. Ya EEUU no puede imponer su plena voluntad en el mundo sin más, aunque mantenga un poderío militar arrollador. Lo último fue Libia. En Siria ya sintieron el freno de Rusia en el terreno diplomático pero también en el terreno militar y en las alianzas muy hábiles que el gobierno ruso desplegó, y de China en el campo diplomático. En Venezuela ocurre otro tanto, sólo que en la "zona de influencia" directa de EEUU. En sus reservas petroleras directas. Y no está dispuesto a tolerarlo.

               Decíamos que EEUU perdió la votación en la OEA gracias a una política venezolana de largo aliento. ¿Cuánto durará ese apoyo de las pequeñas Antillas? ¿EEUU invadirá alguno de esos pequeños países? Lo cierto es que ha sido asqueroso el papel del uruguayo Almagro. Un engendro del progresismo, del riñón de Mújica, "palanqueado" por éste en el terreno internacional y colocado en la Secretaría General de la OEA. O Almagro tiene dos caras, o sirve a quien le da "trabajo" o estamos frente a una infiltración del más alto nivel, digno de las mejores novelas de espionaje. Los servicios secretos venezolanos y cubanos señalaron que ya sospechaban desde la época del gobierno de Mújica que Almagro trabajaba para la CIA. Lo cierto que ahora sí lo hace y lo hace directamente para Trump. Figura deleznable, asquerosa y rastrera.

               Y es en el escenario internacional donde se juega buena parte del conflicto, porque EEUU no puede permitir que un país de su "zona de influencia" tenga una política exterior independiente y encima, le intenté ordenar de otra forma  su "patio trasero".

Tiempos muy complejos vendrán

               Mientras EEUU y Almagro al frente de la OEA y el Grupo de Lima preparan una invasión a Venezuela, nada dicen en contra de otros regímenes que sin duda nada tienen de democráticos. Nada dicen del gobierno hondureño, elegido por fraude electoral comprobado, luego de que un golpe de Estado depusiera a Zelaya en 2009 y reordenara la situación interna, con una feroz represión al pueblo con muertos y desaparecidos.

               Nada dicen del "golpe blando" de Temer y el ascenso del nazi de Bolsonaro, ya que claro, eso es de su propia factura. Una creación norteamericana oportuna para estos tiempos. Uno de los elementos necesarios para desatar esta nueva oleada golpista e injerencista en Venezuela era el necesario apoyo del gobierno brasileño, y de un gobierno fuerte claro está. Lo mismo se puede decir de Colombia. Con las FARC ya entregadas al juego electoral burgués, EEUU puede utilizar a piacere al ejército colombiano y a los paramilitares. Se vuelve relevante en este caso el papel del ELN (Ejército de Liberación Nacional) de cuño camilista -guevarista, que no se rinde y está tratando de resistir y ha aumentado su presencia en la frontera colombiano -venezolana. Puede estarse gestando un conflicto regional si Brasil y Colombia intervienen, quedando atrapado en el mismo el ELN.

               Por lo pronto, EEUU no escatima con sumir a Venezuela en el caos, con tal de retomar el control petrolero y destruir ese pequeño polo antagónico dentro del capitalismo, en su hemisferio, quitando apoyo a Rusia, China e Irán.

               Pero esta intervención nos colocan a los pueblos latinoamericanos frente a un escenario de lucha. Una agresión norteamericana en el continente debe tener respuesta popular: movilizaciones callejeras masivas, amplio rechazo popular. Marcaría de hecho el inicio de una nueva etapa en nuestro continente. Sería el desembarco directo de tropas yanquis en  territorio de un pueblo hermano y aumentaría el grado de agresividad del imperialismo norteamericano hacia nuestros pueblos.

               Por ello, lo único que cabe a todos los hijos de esta tierra, es la condena unánime y absoluta de cualquier tipo de injerencia, de cualquier intervención económica, diplomática o militar en nuestro continente.   Los EEUU no son bienvenidos, vienen a masacrar al pueblo venezolano hoy y mañana continuarán con otros.

               América Latina está en un momento de quiebre. Es tarea de los pueblos Resistir, fortalecer los organismos populares que permitan hacer frente a cualquier agresión o intento de desestabilización de la derecha. Los pueblos encontrarán su propio camino y el pueblo venezolano ha dado muestras de combatividad ejemplares.

En América Latina ni yanquis ni gusanos

Poder Popular desde Abajo!!!

POR LA LIBRE AUTODETERMINACIÓN DE LOS PUEBLOS!!!

FUERA YANQUIS ASESINOS DE AMÉRICA LATINA!!!

POR EL SOCIALISMO Y LA LIBERTAD!!

ARRIBA LOS QUE LUCHAN!!

FEDERACIÓN ANARQUISTA URUGUAYA