giovedì 1 novembre 2012

14 novembre, primo sciopero generale europeo. Da costruire, da continuare.


Mentre continua  l'affondo dell’offensiva del capitale, che  usa la
crisi e le politiche economiche   per restringere  spazi, conquiste e
diritti acquisiti dai  lavoratori  e dalle lavoratrici  è sempre più
evidente  quanto la fase renda ancora più  difficile  forme di
aggregazione e  di prassi collettiva che emergano dall’antagonismo dei
lavoratori.
Questa è una fase difficile e apparentemente senza speranza che ci
vede tutti coinvolti nell'ostinarci a aprire spazi politici e di lotta
 per uscire dal pantano nel quale siamo stati spinti dalla
ristrutturazione del capitale, economico e finanziario. Una
ristrutturazione che è in atto su più livelli e  che continua a
guadagnare dalla crisi da un punto di vista economico, ma anche
normativo e sociale.   Il capitalismo ha di fatto incassato  la
deregolamentazione del  lavoro, con  cui contribuire a mettere
all’angolo ogni forma di  sindacalismo conflittuale e rivendicativo,
continua a  ridurre servizi pubblici come scuola e sanità  e a
modularli  con enti bilaterali in differenziati livelli di accesso in
base al reddito di ciascuno,  cerca di distruggere  ogni solidarietà
sociale con la scientifica distruzione dei contratti collettivi
nazionali di categoria .
Sempre più emerge l' incompatibilità del punto di vista dei lavoratori
e delle lavoratrici sul nuovo impianto autoritario che coinvolge ogni
attività lavorativa, pubblica e privata, che ha assunto come centrale
il comando gerarchico sulla forza lavoro, in termini di diritti e di
salario, diretto ed indiretto.
E anche se questo percorso si è svolto all’ombra della complicità
sindacale e politica, esso è destinato ad essere messo in discussione dai
protagonisti che ne stanno pagando le disastrose conseguenze. In tutta
Europa la dittatura finanziaria fatta di autoritarismo padronale e di
vincoli di bilancio è un attacco diretto alla condizione di vita del
proletariato europeo, ed ancora una volta nella storia sono i
lavoratori e le  lavoratrici ad essere chiamati a prendere nelle
proprie mani il proprio destino, politico e sociale.
Il 14 novembre i lavoratori sono chiamati a uno sciopero europeo, il
primo segnale di risposta internazionale a un attacco portato in tutto
il continente in forme diverse ma sempre durissime dalla borghesia
europea ed i suoi governi contro la classe lavoratrice.
E ai lavoratori va restituita la titolarità delle lotte, che saranno
tanto radicali quanto i lavoratori e le lavoratrici sapranno costruirle e
esserne protagonisti.
Protagonisti al di là delle appartenenze sindacali, e unificando finalmente
rivendicazioni e dissenso; protagonisti al di là e nonostante la frammentazione, al di là
e nonostante le logiche di bottega o di  piccolo cabottaggio di chi ha scelto
un'adesione al minimo sindacale da giocare più sui tavoli interni che
nelle piazze, a dimostrazione della subalternità culturale e politica
di buona parte del ceto sindacale, ma a conferma anche del differente impegno e
sostegno a fianco della ristrutturazione del capitale  e delle cadute
che questa ha sulla società in termini generali.
Che siano finalmente  i lavoratori in prima persona ad uscire dalla subalternità
imposta dall’ideologia del capitale e dalla collaborazione sindacale,
residuo di vent’anni di sconfitte figlie di un sistema di relazioni
sociali ormai saltato e non più in grado di reggere lo scontro.
Con uno sciopero generale che sia dei lavoratori e delle lavoratrici e
non delle sigle sindacali, che coinvolga precari e studenti,
licenziati e cassintegrati, partite IVA e dei migranti.
Con uno sciopero che va costruito prima, città per città, con
assemblee, e che non deve finire a fine giornata senza darsi poi
appuntamento per continuare a costruire mobilitazioni.
Per ripartire alla conquista di spazi di agibilità politica e
sindacale, fuori e dentro i luoghi di lavoro, rivendicando salario,
orario, diritti, uguaglianza,
pensioni decorose ed un welfare pubblico, che garantisca una scuola
pubblica e laica a tutti.
Passaggi che oggi sembrano lontane utopie. Ma saranno i soli che potranno
evitare la guerra tra poveri, tra indigeni e stranieri, nella cornice
di un precariato diffuso dove si sta insinuando la barbarie e dove
vien meno sempre più la solidarietà di classe.
Nostro compito, come sempre è quello di stare a fianco dei lavoratori,
nei posti di lavoro e nelle piazze;  perché la nostra condizione di donne ed uomini
operai, impiegati, insegnanti, contadini, pensionati, 
studenti, precari e  disoccupati, lavoratori al nero, 
esodati, partite IVA malpagate è la condizione mutabile all’interno
di queste categorie di salariati sfruttati che stanno pagando quella
che comunemente viene chiamata crisi, per nascondere il gigantesco saccheggio in atto di risorse economiche ed ambientali, di diritti e di civiltà. 
 
83 ° Consiglio dei Delegati FdCA  31/10/2012
 
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