sabato 17 dicembre 2011

lunedì 12 dicembre 2011

non affrancare calabresi

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12 dicembre 1969: una strage di Stato contro la libertà operaia


Sono passati circa 41 anni da quel 12 dicembre 1969, quando, alle ore 16,37, una bomba esplose nel salone della Banca dell'agricoltura di Piazza Fontana a Milano, provocando 17 morti e 90 feriti.

Otto minuti dopo un'altra bomba incendiò la Banca nazionale del lavoro a Roma provocando 14 feriti. Alle 17,16 e alle 17,24 esplosero altre due bombe nella capitale: una all'Altare della patria e l'altra, a pochi metri di distanza, all'ingresso del museo del Risorgimento provocando altri feriti.

La carneficina milanese si guadagnò subito il proprio nome: la strage di Piazza Fontana. Per le persone di allora fu la prima volta. C'erano stati degli eccidi, nell'Italia repubblicana, di mafia e di polizia, c'era stata, il Primo maggio del 1947, Portella della Ginestra; massacro preventivato da quegli alleati statunitensi che sbarcarono in Sicilia e con i quali l'amministrazione militare alleata dei territori occupati lavorò in stretta collaborazione con la mafia siciliana e i proprietari terrieri, per controllare la nuova amministrazione civile, impedire l'accesso ai comunisti a funzioni pubbliche e combattere con tutti i mezzi il crescente movimento dei contadini senza terra.

Per paragonare quello che successe in Piazza Fontana bisogna risalire fino alla seconda guerra mondiale, con i rastrellamenti nazi-fascisti ad opera dei “bravi ragazzi di Salò”, parafrasando il “compagno” ex-PCI, ex-PDS, ex-DS, ora PD Luciano Violante, coadiuvati dagli occupanti tedeschi, impartiti ai partigiani, grandi protagonisti della Resistenza, dove questa città che mangia tutto e dimentica in fretta vuole intitolare una via al camerata Protti, fido fascista del ras Farinacci, sporcandosi la coscienza cittadina per sempre, con il “sangue agli occhi” (George Jackson, 1968) dell'eccidio della Val di Susa, dove morirono anche cinque nostri concittadini.

Dal 12 dicembre del 1969, “l'Italia non fu più un paese normale” (Adriano Sofri, 2009), qualora lo fosse stato anche in passato, un paese segnato dalla Resistenza partigiana tradita dalla stessa Sinistra istituzionale, legalitaria e collaborazionista, e dove solo la spontaneità operaia e popolare cacciò un governo, presieduto dal servo democristiano Tambroni, con l'appoggio dei fascisti dell'MSI solo nove anni prima. Anche qui, purtroppo, la pendenza è sempre la stessa: morti a Reggio Emilia, morti a Genova...

Da quella data un susseguirsi di stragi. Il 22 luglio del 1970 una bomba fece deragliare il Treno del Sole a Gioia Tauro, i morti furono 6. Il 28 maggio 1974, una bomba nascosta in un cestino era esplosa durante una manifestazione antifascista in piazza della Loggia a Brescia: i morti furono 8, i feriti 94. Neanche tre mesi dopo, la notte del 4 agosto 1974 un bomba esplose in una vettura dell'espresso Italicus Roma-Brennero; 12 morti e 50 feriti. Nel DC9 precipitato a Ustica il 27 giugno 1980 erano morte 81 persone. Il 2 agosto del 1980, la bomba che scoppiò nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, provocando 85 morti e 200 feriti. Il 23 dicembre del 1984 fu la volta del treno rapido 904, nei pressi di San Benedetto Val di Sambro: 17 morti, 250 feriti. In tutti i casi citati, tranne quello di Ustica dove i responsabili sono ancora ignoti, gli attentati furono opera di terroristi legati all'estrema destra, con complicità, coperture e depistaggi di apparati dello Stato.

Ecco un po' di nomi e sigle da ricercare del terrorismo nero: NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), Franco Anselmi, Luigi Ciavardini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Giorgio Vale, Peppe Dimitri, Ordine Nuovo, Pino Rauti, Roberto Fiore, Giovanni Ventura, Franco Freda, Delfo Zorzi, Stefano Delle Chiaie, Terza Posizione...

Subito dopo la strage di Piazza Fontana, la sera del 12 dicembre 1969, viene fermato il ferroviere anarchico Pinelli, che con il proprio motorino (mai fidarsi dei servi dello Stato, che si chiamino Digos, Carabinieri, Polizia di Stato ecc..) seguì la pattuglia fino alla centrale di Milano, dove avvenne l'interrogatorio.

Qui, c'è una stanza al quarto piano della Questura di Milano, è di Luigi Calabresi, un giovane commissario dell'Ufficio Politico (nome usato per associare la Digos in quegli anni) che, insieme ad altri quattro sottufficiali, inizia la lunga serie di domande che durarono fino alla sera del 15 dicembre. Nella notte di quel giorno, Giuseppe Pinelli morì in seguito al volo dal quarto piano della questura di Milano. Il questore Marcello Guida dichiarò che si trattava di un suicidio e di “un'autoaccusa per le bombe”.

Da li a poco viene catturato l'altra “belva”, il ballerino anarchico Pietro Valdpreda, che subirà 1110 giorni di carcere “politico”; politico perché tutti sappiamo oggi, come allora, che i due anarchici, frequentatori del circolo libertario milanese XXII Marzo, non centrassero niente con questa strage.

Oggi tutti dicono che a piazza Fontana non morirono 17 persone, ma 18, con l'aggiunta del ferroviere Pinelli, omicidio “commissionato” dalla Questura di Milano (che lasciò la moglie Licia con due figli piccoli), togliendo la vita e la dignità terrena anche ad una diciannovesima persona: il creativo Valpreda.

Tornando a quei giorni, il 21 dicembre 1969, finisce il cosiddetto “autunno caldo”: l'accordo sul contratto dei metalmeccanici, il più spinoso dell'epoca e il più combattuto, è raggiunto: 40 ore settimanali, aumenti salari uguali per tutti, limitazione degli straordinari, diritti sindacali e di rappresentanza di fabbrica.

Difficili dire quando cominciò, ma quello che è passato alla storia come “autunno caldo”, inizia ben prima degli ultimi mesi del 1969. Una storia più lunga di qualche mese autunnale, spinto dal quel fantasioso movimento come fu quello sessantottino, impossibile fissarne l'avvio in un solo evento o in un solo giorno.

Certa, invece, è la data di conclusione: 12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana e, a seguire, un precipitoso chiudersi del contratto più complicato e rappresentativo, come citato precedentemente: quello dei metalmeccanici.

Da lì inizia un'altra storia, dentro e fuori dalle fabbriche, troppo segnata da tutti i poteri, palesi e soprattutto occulti, diversi ma con un unico scopo: bloccare l'emancipazione della classe salariata, quindi della maggioranza del popolo del vostro finto e tetro “bel paese”.

“Vostro” e non nostro anche per questi aspetti, come diceva qualcuno nella Spagna libertaria del '36: “Nunca patria, hasta la muerte!”. Un motivo in più per affermare di essere nati in questo Stato ma di non sentirci figli...

A quei tempi si radicalizzarono le lotte, si passò dal concetto di democrazia delegata a quella diretta e si innovarono gli strumenti di comunicazione dal e per i movimenti sociali. Rivolta e contrattazione, ribellioni e aspetti rivoluzionari contro-sistema composero un mix unico.

A partire dalle fabbriche si fornì l'esempio, troppo sbandierato e poco praticato nella storia, di un “nuovo mondo è possibile”.

Quegli operai cercavano la libertà, seguendo l'esempio libertario della ricerca di essa in comunità, con una condizione che con il crescere dell'industria ad alta intensità lavorativa e a basso tasso di innovazione, era diventata insopportabile: nei ritmi troppo alti, nel controllo “militare” dei capi, nei salari troppo bassi; aspetti che le fabbriche di oggi vedono, purtroppo, tornare in auge grazie ai vari Marchionne, Maroni, Bonanni, Angeletti, Marcegaglia, Bersani e tutti quei sinistri personaggi sempre dalla parte dei padroni-sfruttatori e mai dall'altra parte della barricata insieme agli oppressi operai di oggi, come quelli di ieri.

In quelle lotte di fine anni Sessanta, condizione materiale e possibilità promesse cozzavano fra loro. Così, la libertà di quegli operai la trovarono in un protagonismo che li portò negli anni successivi a cercare di governare le loro fabbriche pur senza possederle.

Le stragi nere e il terrorismo di Stato americanizzato, nascosto dall'aurea clerical-fascista democristiana, riuscirono a spezzare un movimento spontaneo che voleva andare aldilà del capitalismo oppressivo, una lotta portata avanti in senso egualitario.

Se noi oggi riuscissimo a evitare la nostalgia del tempo perduto, ricollocando nella materialità vissuta dei suoi protagonisti, tutta questa esperienza ci aiuterebbe a comprendere il potere del pensiero unico del neoliberismo, dove il consumo e non il produrre è al primo posto, riconoscendo il continuo sfruttamento lavorativo, l'usurante stillicidio ambientale, il ricorso a continui atti repressivi e non integrativi e di tolleranza, dove la parola “integrazione” viene associata solo alla parola “cassa”, dove la corsa sempre più sfrenata a guerre sparse per il mondo è l'unica via del “vivere comune”.

Questo sistema impone tutti questi aspetti sulla vita di ognuno di noi.

E' per questo che “la ricerca di vie di discontinuità provocanti e creative”(Friedrich Nietzsche, 1872) che possono metterlo in discussione devono essere perseguite, praticando veramente un “altro mondo”, attraverso valori come la libertà, l'uguaglianza, la laicità, l'antirazzismo, l'antiautoritarismo e l'autogestione.

Tutto questo è fondamentale ricordando e studiando il passato perché il futuro è perso senza memoria, dove nel presente la ribellione è l'unica dignità dello schiavo.

pubblicata da CSA KAVARNA Il giorno lunedì 12 dicembre 2011 alle ore 22.14.


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