sabato 15 dicembre 2007

LA CRIMINALITA' DEL POTERE

Ricordare le stragi di stato, la strategia della tensione, l’assassinio di Giuseppe Pinelli non significa abbandonarsi a un vuoto rituale della commemorazione.
Perché a trentotto anni di distanza, le strategie di chi detiene il potere per intimidire e impedire ogni tentativo di cambiamento a favore delle classi più deboli non sono mutate poi molto.
Il 12 dicembre 1969 l’attentato dinamitardo alla Banca dell’agricoltura di Piazza Fontana a Milano sancì l’inizio della strategia della tensione accompagnata da una stagione di lutti e sofferenze in cui lo Stato operò scientificamente per stroncare la vitalità di un’opposizione sociale che, attraverso una sempre maggiore coscienza di classe, portava alle crescenti mobilitazioni di lavoratori e studenti radicalizzando il conflitto in direzione di un profondo miglioramento delle condizioni di vita di tutte e tutti.
Gli apparati repressivi, seguendo un copione consolidato, cercarono da subito di scaricare le proprie responsabilità sugli anarchici, e il primo a pagarne le conseguenze fu il compagno Giuseppe Pinelli, scaraventato da una finestra della questura di Milano, durante un lungo ed estenuante interrogatorio svoltosi nell’ufficio del commissario Luigi Calabresi.
Grazie alla ferma volontà degli anarchici affinché si facesse piena luce sull’innocenza di Pinelli e Valpreda, tutto il movimento in Italia riuscì a smascherare la matrice istituzionale della strage di piazza Fontana e, ancora oggi, la storia ha reso giustizia alle vittime innocenti della strategia della tensione identificando nello stato e nella manovalanza fascista gli autori e gli esecutori di quelle tremende pagine della storia recente del paese.
Oggi, in un’epoca di crisi e incertezze profonde, il potere gioca la carta della paura, della guerra preventiva su scala nazionale a tutto ciò che può mettere in discussione i privilegi del ceto politico e lo strapotere del capitalismo.
L’involuzione autoritaria della democrazia italiana rispecchia bene la scelta delle democrazie mondiali di mettere in pratica una strategia della tensione permanente, che qui si esprime nella guerra al diverso e all’immigrato, nel tentativo di annullare e criminalizzare qualunque opposizione nella società e nei luoghi di lavoro, nel terrorismo psicologico per farci sentire tutti nel mirino di un’insicurezza che è confezionata a tavolino nelle stanze di chi gestisce il potere e manipola l’informazione.
I pacchetti sulla sicurezza servono a nascondere le ferite incancrenite di un’Italia in cui i lavoratori muoiono quotidianamente per guadagnarsi da vivere, dove l’unica prospettiva per i giovani è la precarietà o la disoccupazione e non è consentito alzare la testa per manifestare la propria opposizione e la propria voglia di cambiamento.
Sappiamo che in questi giorni a Palermo c’è chi, pur non essendo né anarchico né libertario, ricorda e rende omaggio a Pinelli, e di questo noi siamo grati.
E oggi, noi scendiamo in piazza perché ricordare Giuseppe Pinelli non è una commemorazione, ma un atto d’accusa contro la criminalità del potere.



Nucleo “Giustizia e Libertà” della Federazione Anarchica Siciliana

Federazione dei Comunisti Anarchici – Sezione “Delo Truda” Palermo

giustiziaeliberta@interfree.it

fdcapalermo@fdca.it

www.fdca-palermo.blogspot.com/



giovedì 13 dicembre 2007

IL 15 DICEMBRE 1969 VENIVA UCCISO IL COMPAGNO PINELLI






12 dicembre 1969un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti.Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra. Il primo ad essere convocato è il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, chiamato in questura lo stesso giorno
dell’esplosione. Dopo tre giorni di interrogatorio non viene contestata, a Pinelli, nessuna imputazione eppure non viene comunque rilasciato. Ad interrogarlo è il commissario Calabresi il quale guida l’inchiesta sulla strage.


15 dicembre 1969,tre giorni dopo l’arresto, Pinelli muore precipitando dalla finestra della Questura. La versione ufficiale parla di suicidio, ma i quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri Lo Grano, presenti nella stanza dell’interrogatorio al momento della morte del ferroviere, saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo. Verrà poi aperto nei loro confronti un procedimento penale per omicidio volontario. Nei confronti del Commissario
calabresi, che non si trovava nella stanza ,si procederà per omicidio colposo. Tutti gli imputati verranno poi prosciolti nel 1975, perché "LO STATO ASSOLVE SEMPRE I SUOI SERVI CRIMININALI










Quella sera a Milano era caldo Calabresi nervoso fumava "tu Lograno apri un po' la finestra"e ad un tratto Pinelli cascò. "Scior questore io ce l'ho già detto lo ripeto che sono innocente, anarchia non vuol dire bombe ma giustizia nella libertà". "Poche storie indiziato Pinelli il tuo amico Valpreda ha parlato è l'autore di questo attentato il suo complice certo sei tu". "Impossibile - grida Pinelli -un compagno non può averlo fatto ma l'autore di questo misfatto tra i padroni dovete cercar". "Stai attento imputato Pinelli questa stanza è già piena di fumo se tu insisti apriam la finestra Quattro piani son duri da far ".L'hanno ucciso perché era un compagno Non importa se era innocente "era anarchico e questo ci basta"disse Guida il fascista questor. C'è un bara e trecento compagni Stringevamo le nostre andiere Noi quel giorno l'abbiamo giurato Non finisce di certo così. Calbresi e tu Guida assassini Che un compagno ci avete ammazzato Questa lotta non avete fermato La vendetta più dura sarà. Quella sera a Milano era caldo Ma che caldo che caldo faceva È bastato aprir la finestra Una spinta e Pinelli cascò.

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lunedì 10 dicembre 2007

I due "OTTOBRE" di Arscinov da "Delo Truda", n°29, ottobre 1927



I due Ottobre

Piotr Arscinov

Si è stabilito legalmente, col calendario bolscevico, di chiamare la vittoriosa
rivoluzione, operaia e contadina, del 1917 "la Rivoluzione d'Ottobre". C'è del
vero in questo, ma anche un'inesattezza.

Nell'ottobre del 1917 gli operai e i contadini della Russia superarono un
ostacolo colossale per lo sviluppo della rivoluzione; abolirono il potere
nominale delle classi capitaliste, ma ancor prima di ciò realizzarono qualcosa
di pari importanza rivoluzionaria o forse di più fondamentale. Prendendo il
potere economico alle classi capitaliste, e le terre ai grandi proprietari,
essi conquistarono non solo il diritto al lavoro libero e senza supervisori
nelle città, ma anche il controllo totale delle industrie. Conseguentemente, fu
prima dell'Ottobre che i lavoratori distrussero le basi del capitalismo. Era
rimasta solo la superstruttura politica.

Se non non ci fosse stata questa espropriazione generale a danno dei
capitalisti da parte dei lavoratori - la distruzione della macchina statale
borghese -, la rivoluzione politica non avrebbe in alcun modo trionfato. La
resistenza dei proprietari sarebbe stata molto più poderosa.

D'altra parte, gli obiettivi della Rivoluzione Sociale di Ottobre non si
limitavano a farla finita col potere capitalista. Gli operai avevano
sperimentato un lungo periodo di sviluppo pratico di carattere autogestionario,
il quale si perderà negli anni successivi. Pertanto, considerando come un
insieme l'evoluzione della Rivoluzione Socialista russa, Ottobre appare solo
come una fase - benché decisiva e poderosa, certo.

Per questo l'Ottobre non rappresenta da sola, completamente, la rivoluzione
sociale. si deve tenere conto di questa circostanza storica determinante nella
Rivoluzione Sociale russa quando si pensa ai vittoriosi giorni di Ottobre.
Un'altra peculiarità, non meno importante, è che Ottobre ha due significati -
quello che gli fu dato dalle masse lavoratrici che parteciparono alla
Rivoluzione Sociale, e con essi dai comunista-anarchici; e quello che gli fu
dato dal partito politico che ha conquistato il potere a partire da questa
aspirazione alla Rivoluzione Sociale, e che ha tradito e soffocato con la forza
ogni posteriore sviluppo.

Un'enorme distanza esiste tra queste due interpretazioni dell'Ottobre.

L'Ottobre degli operai e dei contadini è la soppressione del potere delle
classi parassitarie in nome dell'uguaglianza e dell'autogestione. L'Ottobre dei
Bolscevichi è la conquista del potere per il partito dell'intelligentsia
rivoluzionaria, l'instaurazione del suo "Stato Socialista" e dei suoi metodi
"socialisti" di governare le masse.


L'Ottobre operaio

La Rivoluzione di Febbraio colse di sorpresa i vari partiti rivoluzionario, in
una fase di completa confusione e, senza dubbio, essi si meravigliarono
considerevolmente per il profondo carattere sociale della nascente rivoluzione.
In un primo tempo nessuno salvo gli anarchici, voleva crederlo. Il Partito
Bolscevico, che diceva sempre di esprimere le aspirazioni più radicali della
classe operaio, sul piano delle finalità non poté andare oltre i limiti di una
rivoluzione borghese.

Fu solo alla conferenza di Aprile che ci si pose la questione di sapere che
cosa stesse realmente accadendo in Russia. Se si trattava solo del
rovesciamento dello zarismo, oppure se era la rivoluzione ad andare oltre -
verso una meta tanto lontana come il rovesciamento del capitalismo?

Quest'ultima eventualità pose ai bolscevichi il problema di sapere che tattica
seguire. Lenin prima degli altri bolscevichi fu consapevole del carattere
sociale della rivoluzione ed enfatizzò la necessità di conquistare il potere.
Vide un appoggio decisivo nel movimento operaio e contadino che stava sempre di
più smantellando le basi della borghesia industriale e rurale. Un accordo
unanime su queste questioni non poteva essere raggiunto, neanche nei giorni di
Ottobre. Per tutto il tempo, il partito manovrò tra le parole d'ordine sociali
delle masse e la concezione di una rivoluzione social-democratica, a partire
dalla quale essi si erano costituiti e si erano sviluppati.

Senza opporsi agli slogan della piccola e gran borghesia in favore di
un'Assemblea Costituente, il partito fece del suo meglio per controllare le
masse, pretendendo di mantenere il passo con loro, mentre esse dopo la caduta
dello zarismo marciavano erette sempre più avanti. In quel periodo gli operai
procedettero in modo impetuoso, abbattendo implacabilmente i loro nemici a
destra o a sinistra. I grandi proprietari terrieri cominciarono a lasciare le
campagne, fuggendo dai contadini insorti e cercando la protezione per i propri
beni e le proprie persone nelle città. Nel frattempo, i contadini procedevano a
una ridistribuzione diretta del suolo e non volevano sentire parlare di
convivenza o coesistenza coi proprietari terrieri.

Nelle città, intanto, si era avuto un repentino cambiamento nei rapporti tra
gli operai e gli impresari. Grazie agli sforzi del genio collettivo delle
masse, i Comitati di lavoratori sorgevano in ogni industria: officine,
trasporti, miniere ... intervenendo direttamente sulla produzione, ignorando i
proprietari e mettendo all'ordine del giorno l'eliminazione di costoro dalla
produzione.

In questo modo, in varie parti del paese gli operai riuscirono a
collettivizzare l'industria. Simultaneamente, tutta la la Russia rivoluzionaria
si copriva di una vasta rete di Soviet operai e contadini funzionanti come
organi di autogestione. Si svilupparono prolungando e difendendo la
rivoluzione.

L'ordine e l'amministrazione capitalisti, esistevano ancora nominalmente nel
paese, ma il vasto sistema di autogestione operaia, economica e sociale, si era
formato al suo interno in parallelo e si sviluppava.

Questo regime di Soviet e comitati di fabbrica, per il solo fatto della sua
comparsa, minacciava mortalmente il sistema statale. Deve essere chiarito che
la nascita e sviluppo dei Soviet e dei comitati di fabbrica non ha niente a che
vedere con principi autoritari.

Al contrario, essi erano, nell'esatto senso del termine, organi di autogestione
sociale ed economica delle masse, e in nessun caso organi del potere statale.
Si opponevano all'apparato statale che cercava di dirigere le masse e preparare
una battaglia decisiva contro di esse.

"La fabbrica agli operai - la terra ai contadini" - questi erano le consegne
con cui le masse rivoluzionarie urbane e contadine partecipavano alla sconfitta
dell'apparato dello Stato delle classi possidenti, in nome di un nuovo sistema
sociale, fondato sulle cellule di base dei comitati di fabbrica e dei Soviet
sociali ed economici.

Queste rivendicazioni circolavano da un estremo all'altro della Russia operaia,
influenzando profondamente l'azione diretta contro la coalizione di governo
socialista-borghese.

Come spiegavamo, gli operai e contadini stavano lavorando già nel senso
dell'intera ricostruzione del sistema industriale e agrario della Russia già
prima dell'Ottobre 1917. La questione agraria era virtualmente risolta a opera
dei contadini poveri dal giugno al settembre del 1917.

I lavoratori urbani, da parte loro, misero in funzione organi di autogestione
sociale ed economica, strappando allo Stato e ai proprietari le loro funzioni
organizzative nella produzione. La Rivoluzione Operaia di Ottobre spianò
l'ultimo e più grande ostacolo per la rivoluzione, il potere statale delle
classi proprietarie, già sconfitte e disorganizzate. Quest'ultima evoluzione
aprì un vasto orizzonte per il conseguimento della Rivoluzione Sociale
collocandola nel percorso creativo della ricostruzione socialista della
società, a cui già avevano mirato gli operai nei mesi precedenti. Questo è
l'Ottobre degli operai e dei contadini.

Significò un poderoso tentativo dei lavoratori manuali sfruttati di distruggere
totalmente le basi della società capitalista e di costruire una società di
lavoratori basata sui principi di uguaglianza, indipendenza ed autogestione del
proletariato urbano e rurale. Questo Ottobre non raggiunse la sua conclusione
naturale. Fu interrotto violentemente per l'Ottobre del partito Bolscevico che
estese progressivamente la sua dittatura nel paese.


L'Ottobre bolscevico

Tutti i partiti statalisti, incluso quello bolscevico, limitarono la
Rivoluzione Russa all'instaurazione di un regime social-democratico. Fu solo
quando gli operai e i contadini di tutta la Russia si orientarono a colpire le
basi dell'ordine agrario-borghese, e la rivoluzione si presentò come un fatto
storico irreversibile, fu solo allora che i Bolscevichi cominciarono a
discutere sul carattere sociale della Rivoluzione russa, ed a modificare di
conseguenza le loro tattiche. Non c'era neanche unanimità nel Partito sui temi
inerenti al carattere e all'orientamento degli eventi che stavano sviluppando
in Ottobre.

Più ancora, la Rivoluzione di Ottobre, con quel che seguì, si sviluppò mentre
il Comitato Centrale del Partito era diviso in due tendenze. Mentre una parte,
con Lenin alla testa, prevedeva l'inevitabile Rivoluzione Sociale e proponeva
di prepararsi alla conquista del potere, l'altra tendenza, guidata da Zinoviev
e Kamenev, denunciava il tentativo di Rivoluzione Sociale come avventurista e
non andava oltre il richiamo alla convocazione dell'Assemblea Costituente, in
cui i Bolscevichi avrebbero occupato i posti più a sinistra (Cfr. "Le lezioni
d'Ottobre" di Trotsky).

Il punto di vista di Lenin prevalse ed il Partito cominciò a mobilitare le sue
forze per l'eventualità della lotta decisiva delle masse contro il governo
provvisorio. Il Partito cominciò ad infiltrarsi nei comitati di fabbrica e nei
Soviet dei Delegati Operai, facendo il possibile per ottenere in questi organi
di autogestione, ancora poco sperimentati, il maggior numero di mandati, al
fine di controllarne le azioni. Tuttavia, la concezione dei Bolscevichi su
Soviet e comitati di fabbrica, e il loro avvicinamento a essi, erano
fondamentalmente diversi da quelli delle masse.

Mentre la massa operaia li considerava come organi della sua autogestione
sociale ed economica, il Partito Bolscevico li vedeva come mezzi per strappare
il potere alla decrepita borghesia e dopo di ciò usare questo potere in
conformità alla sua dottrina di partito.

Quindi, un'enorme differenza si rivelava tra le masse rivoluzionarie e il
Partito Bolscevico nella sua concezione e prospettive per l'Ottobre.
Nel primo caso si trattava di sconfiggere il Potere con l'obiettivo di ampliare
e fortificare gli organi di autogestione operaia e contadina già costituiti.
Nel secondo caso, la questione stava nell'orientare questi organi alla presa
del potere e nel subordinare tutte le forze rivoluzionarie al Partito.

Questa divergenza, come vediamo, era enorme.

E aumentò in seguito durante tutto il corso ulteriore Della Rivoluzione russa,
giocando un ruolo funesto nel destino di quest'ultima. Il successo dei
bolscevichi nella Rivoluzione di Ottobre - cioè, il fatto che si trovassero nel
potere, da dove subordinarono tutta la rivoluzione al Partito - si spiega con
la sua abilità nel sostituire l'idea del potere sovietico alla idea della
rivoluzione sociale e dell'emancipazione sociale delle masse.

A priori, queste due idee sembravano non contraddirsi, poiché era possibile
intendere il "potere sovietico" come il potere dei soviet, e così si facilitava
la sostituzione dell'idea del potere sovietico a scapito di quella della
Rivoluzione.

Tuttavia, nella loro realizzazione e nelle loro conseguenze, queste idee
stavano fra di loro in violenta contraddizione. La concezione del Potere
Sovietico incarnato nello Stato Bolscevico, produsse un potere borghese
interamente tradizionale, concentrato in un pugno di individui che sottomisero
alla loro autorità tutto quello che era fondamentale e più poderoso nella vita
del paese - in questo caso, la Rivoluzione Sociale. Allora, con l'aiuto del
"Potere dei Soviets" dove i bolscevichi monopolizzavano quasi tutti i posti -
effettivamente, ottennero un potere totale e poterono proclamare la loro
dittatura in lungo e in largo nel territorio rivoluzionario.
Questo concesse loro la possibilità di strangolare tutte le correnti
rivoluzionarie dei lavoratori che non erano d'accordo con la loro dottrina che
alterava completamente il corso della Rivoluzione Russa, facendole adottare una
moltitudine di misure contrarie alla sua essenza.

Una di queste misure fu la militarizzazione del lavoro durante gli anni del
Comunismo di Guerra - militarizzazione degli operai affinché milioni di
truffatori e parassiti potessero vivere in pace, lusso ed ozio. Un'altra misura
fu la lotta tra la città e le campagne, provocata dalla politica del Partito,
che considerava i contadini come elementi non fidati ed estranei alla
Rivoluzione. Ci fu anche, infine, uno strangolamento del pensiero libertario e
del movimento anarchico, le cui idee sociali e le cui parole d'ordine furono la
forza della Rivoluzione Russa, orientandosi verso la rivoluzione sociale. Altre
misure consistettero nella proscrizione del movimento operaio indipendente,
nella soppressione della libertà di espressione dei lavoratori in generale.

Tutto si riduceva a un unico centro, da dove emanavano tutte le istruzioni
relative alle forme di vita, di pensiero, di azione delle masse lavoratrici.

Questo è l'Ottobre dei Bolscevichi.

In esso si incarnava l'ideale seguito per decenni dall'intelligentsia
socialista rivoluzionaria, realizzato ora all'ingrosso dalla dittatura del
Partito Comunista di Tutte le Russie. Quest'ideale soddisfa l'intelligentsia
dominante, a dispetto delle sue catastrofiche conseguenze per gli operai; e ora
essa può celebrare con la dovuta pompa il suo decimo anniversario al potere.


Gli anarchici

L'Anarchismo Rivoluzionario fu l'unica corrente politico-sociale a esaltare
l'idea della rivoluzione sociale degli operai e dei contadini, tanto durante la
Rivoluzione di 1905 come nei primi giorni della Rivoluzione di Ottobre. In
realtà, il ruolo che avrebbero potuto giocare era colossale, così come furono i
metodi di lotta usati dalle masse.

Allo stesso modo, nessuna teoria politico-sociale si sarebbe potuta mescolare
in modo più armonioso con lo spirito e l'orientamento della Rivoluzione. Gli
interventi degli oratori anarchici nel 1917 erano ascoltati con una particolare
fiducia e attenzione dagli operai.

Poteva sembrare che il potenziale rivoluzionario degli operai e dei contadini,
insieme al potere ideologico e tattico degli anarchici, potevano rappresentare
una forza irresistibile. Sfortunatamente, questa unione non ebbe luogo.

Alcuni anarchici isolati, occasionalmente svolgevano un'intensa attività
rivoluzionaria tra gli operai, ma non c'era un'organizzazione anarchica dalle
grandi apertura alare che dirigesse azioni più continuative e coordinate (al di
fuori della Confederazione Nabat e della Makhnovshcina in Ucraina).

Solo una tale organizzazione avrebbe potuto unire gli anarchici e i milioni di
operai. Durante un periodo rivoluzionario tanto importante e vantaggioso gli
anarchici si limitarono alle attività ristrette di piccoli gruppi, invece di
orientarsi verso l'azione politica di masse.

Preferirono annegare nel mare delle loro dispute interne, senza cercare di
orientarsi verso una tattica comune all'anarchismo.

Per questa carenza, si condannarono all'inazione e alla sterilità durante i
momenti più importanti della Rivoluzione sociale.

Le cause dello stato catastrofico del movimento anarchico, risiedevano nella
sua dispersione, nella disorganizzazione e assenza di una tattica collettiva -
cose che quasi sempre sono state sostenute a livello di principi da parte degli
anarchici - evitando di muovere un solo passo organizzativo capace di orientare
la rivoluzione sociale in maniera decisiva.

Non è questione di denunciare, in realtà, coloro che, per la loro demagogia, la
loro mancanza di riflessione, e la loro irresponsabilità contribuirono a creare
questa situazione. Bensì si tratta di fare in modo che l'esperienza tragica che
ha portato le masse operaie alla sconfitta, e l'anarchismo sull'orlo
dell'abisso, venga assimilata fin d'ora e in avanti. Dobbiamo combattere e
stigmatizzare senza misericordia quanti in una forma o in un'altra continuano a
perpetuare il caos e la confusione nell'Anarchismo, tutti quelli che ne
impediscono il ristabilimento e l'organizzazione. In altre parole, coloro le
cui azioni vadano contro gli sforzi del movimento per l'emancipazione operaia e
la realizzazione della società Comunista Anarchica.

Le masse lavoratrici apprezzano l'Anarchismo e ne sono istintivamente attratte,
ma non lavoreranno col movimento anarchico fino a quando non si convincano
della sua coerenza teorica e organizzativa. È necessario che ognuno di noi
assuma il massimo impegno per il raggiungimento di questa coerenza.


Conclusioni e prospettive

La pratica bolscevica degli ultimi dieci anni mostra chiaramente l'orientamento
di questo potere, ogni anno si restringono un po' più i diritti politici e
sociali dei lavoratori, e gli sono strappate le loro conquiste rivoluzionarie.
Non c'è dubbio che la "missione storica" del Partito Bolscevico si presenta
vuota di significato e che cercherà di portare alla Rivoluzione Russa al suo
obiettivo finale: il Capitalismo di Stato degli schiavi salariati; vale dire,
il rafforzamento del potere degli sfruttatori e l'accrescimento della la
miseria degli sfruttati.

Parlando del Partito Bolscevico come parte dell'intelligentsia socialista che
esercita il suo potere sulle masse lavoratrici della città e delle campagne, ci
riferiamo al suo nucleo dirigente centrale che - per la sua origine, la sua
formazione e il suo stile di vita - non ha niente in comune con la classe
operaio, ma a dispetto di ciò, dirige tutti i dettagli della vita del partito e
del paese. Questo nucleo cercherà di mantenersi a spese del proletariato, che
non può sperare niente da esso.

Le possibilità offerte dai militanti di base del Partito, includendo le
Gioventù Comuniste, sembrerebbero essere differenti. Questa massa ha
partecipato passivamente alle politiche negative e controrivoluzionarie del
Partito, ma provenendo dalla classe operaia, è capace di arrivare a rendersi
conto della realtà dell'autentico Ottobre degli operai e dei contadini e di
dirigersi verso di esso. Non c'è dubbio che da queste fila verranno molti
combattenti dell'Ottobre dei lavoratori.

Speriamo che ne assimilino rapidamente il carattere anarchico, e che vengano in
suo aiuto. Da parte nostra, ci sia consentito di sottolineare questo carattere
per quanto ci sia possibile, e di aiutare le masse a riconquistare e conservare
le grandi conquiste rivoluzionarie.

"Delo Truda", n°29, ottobre 1927


Tradotto dal francese da Pier Francesco Zarcone per il Nestor Makhno Archive,
dicembre 2007.

giovedì 6 dicembre 2007

Quando è il lavoro ad uccidere...

Quando è il lavoro ad uccidere......la morte diventa un numero e la vita un sacrificio da offrire al Moloch del capitalismo e dello sfruttamento

Per il capitalismo i lavoratori non sono che numeri in vita: numeri in produzione, numeri in esubero, numeri in mobilità, numeri da ridurre coi licenziamenti. E numeri restano, anche quando sono morti sul lavoro. Le vite sfruttate, le vite spezzate non sono altro che costi. Cioè numeri. Così l'INAIL ci fa sapere che nel 2006 ha registrato 1.280 morti sul lavoro. Che sono in aumento le vittime tra le donne e gli extracomunitari. Che nel 2006 vi sarebbero stati 1.115 morti nell'industria (280 nell'edilizia), 114 nell'agricoltura e 11 tra i dipendenti statali. Che il numero degli infortuni mortali aumenta per le donne: 103 uccise nel 2006 contro 88 nel 2005. Da 4 anni emerge poi anche la crescita delle vittime tra gli extracomunitari.
Si dice che sono numeri dentro la statistica! Una statistica che conta una media di quattro morti al giorni per infortunio sul lavoro e che non tiene conto di quei lavoratori e lavoratrici, anche immigrati, che non esistono perché in nero, clandestini, sommersi. E che dire dei lavoratori che sono rimasti vittima di incidenti stradali perché stanchi e affaticati dalla guida o dal turno di lavoro? E delle vittime di esposizione ad agenti cancerogeni e tossici, di cui raramente o a grande fatica si riesce a dimostrare che la causa della loro morte è il lavoro?
Quando il lavoro uccide, non c'è articolo 2087 del codice civile che tenga, non c'è legge 626 che tuteli, il serial killer che non si vuole denunciare e fermare è tuttavia sotto gli occhi di tutti: è l'organizzazione del lavoro e la sua deregolamentazione; è l'intensificazione dello sfruttamento del lavoro ed il ricatto che attenua o annulla le norme di protezione e sicurezza o addirittura le vuole depenalizzare. E se non provoca la morte, procura centinaia di migliaia di incidenti sul lavoro (938.613 sono stati gli incidenti denunciati nel 2004 dall'INAIL).
In Italia come in tutto il mondo, dietro i morti e gli incidenti sul lavoro ci sono grandi interessi che tendono a scaricare sulla collettività i costi delle conseguenze delle morti, degli infortuni e delle malattie professionali. Si tratta di costi umani ed anche economici enormi: si perde ogni anno il 4% del PIL mondiale per costi derivati da incidenti, decessi e malattie legate al lavoro, pari a 20 volte la spesa per gli aiuti allo sviluppo.
Ma il costo umano è incalcolabile!! Si tratta di una mattanza di dimensioni mondiali. L'Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO) ha registrato per il 2005 circa 2,2 milioni di morti l'anno, di cui "solo" 350.000 sono dovute a infortuni (e fra questi ben 60.000 nell'edilizia). Tutti gli altri - 1 milione e 700 mila persone - sono vittima di malattie professionali (l'amianto da solo è ancora responsabile di circa 100.000 morti l'anno). E la maggior parte degli infortuni mortali stimati dall'Ilo avviene in Cina (circa 90.000), in altri Paesi dell'Asia (76.866) e in India (40.133). E nei prossimi 15 anni ci sarà un aumento sia nel numero di giovani (15-24 anni), sia in quello di anziani (60 anni e oltre) che entreranno nella forza lavoro: si tratta proprio delle categorie che tendono ad avere i più alti tassi di incidenti sul lavoro.
La prevenzione, la protezione, la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro sono costi che non possono essere scaricati sui contratti di categoria, ma devono essere assunti dai datori di lavoro; i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS) devono essere istituiti in ogni luogo di lavoro anche su iniziativa autonoma ed autogestita dei lavoratori e messi in condizione di poter operare, protetti e tutelati dai ricatti padronali, in diretto contatto con le ASL, a cui affidare il riconoscimento degli infortuni e delle malattie professionali e l'istituzione di un osservatorio, comune per comune, azienda per azienda degli infortuni sul lavoro.
Ma soprattutto occorre riprendere la critica sul capitalismo come sistema di produzione, la denuncia sistematica dello sfruttamento e dei suoi effetti letali sulla salute e sulla vita dei proletari in Italia ed in tutto il mondo; l'organizzazione di lotte specifiche per la sicurezza, per contrastare tutti i processi causa dell'aumento dei fattori di rischio: dalle privatizzazioni all'outsourcing, dalla dequalificazione delle mansioni all'aumento dei ritmi nelle unità produttive.
Perché non si debba più morire di lavoro, ma vivere, non bastano accorati appelli o lacrime di coccodrillo, e l'affidarsi al rispetto delle regole o alla correttezza dei padroni: è necessaria, in ogni luogo di lavoro, la riconquista della dignità e la consapevolezza di dover difendere i propri diritti, serve la lotta e l'unità dei lavoratori e delle lavoratrici.


FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI

27 aprile 2007 http://www.fdca.it/