sabato 15 dicembre 2007

LA CRIMINALITA' DEL POTERE

Ricordare le stragi di stato, la strategia della tensione, l’assassinio di Giuseppe Pinelli non significa abbandonarsi a un vuoto rituale della commemorazione.
Perché a trentotto anni di distanza, le strategie di chi detiene il potere per intimidire e impedire ogni tentativo di cambiamento a favore delle classi più deboli non sono mutate poi molto.
Il 12 dicembre 1969 l’attentato dinamitardo alla Banca dell’agricoltura di Piazza Fontana a Milano sancì l’inizio della strategia della tensione accompagnata da una stagione di lutti e sofferenze in cui lo Stato operò scientificamente per stroncare la vitalità di un’opposizione sociale che, attraverso una sempre maggiore coscienza di classe, portava alle crescenti mobilitazioni di lavoratori e studenti radicalizzando il conflitto in direzione di un profondo miglioramento delle condizioni di vita di tutte e tutti.
Gli apparati repressivi, seguendo un copione consolidato, cercarono da subito di scaricare le proprie responsabilità sugli anarchici, e il primo a pagarne le conseguenze fu il compagno Giuseppe Pinelli, scaraventato da una finestra della questura di Milano, durante un lungo ed estenuante interrogatorio svoltosi nell’ufficio del commissario Luigi Calabresi.
Grazie alla ferma volontà degli anarchici affinché si facesse piena luce sull’innocenza di Pinelli e Valpreda, tutto il movimento in Italia riuscì a smascherare la matrice istituzionale della strage di piazza Fontana e, ancora oggi, la storia ha reso giustizia alle vittime innocenti della strategia della tensione identificando nello stato e nella manovalanza fascista gli autori e gli esecutori di quelle tremende pagine della storia recente del paese.
Oggi, in un’epoca di crisi e incertezze profonde, il potere gioca la carta della paura, della guerra preventiva su scala nazionale a tutto ciò che può mettere in discussione i privilegi del ceto politico e lo strapotere del capitalismo.
L’involuzione autoritaria della democrazia italiana rispecchia bene la scelta delle democrazie mondiali di mettere in pratica una strategia della tensione permanente, che qui si esprime nella guerra al diverso e all’immigrato, nel tentativo di annullare e criminalizzare qualunque opposizione nella società e nei luoghi di lavoro, nel terrorismo psicologico per farci sentire tutti nel mirino di un’insicurezza che è confezionata a tavolino nelle stanze di chi gestisce il potere e manipola l’informazione.
I pacchetti sulla sicurezza servono a nascondere le ferite incancrenite di un’Italia in cui i lavoratori muoiono quotidianamente per guadagnarsi da vivere, dove l’unica prospettiva per i giovani è la precarietà o la disoccupazione e non è consentito alzare la testa per manifestare la propria opposizione e la propria voglia di cambiamento.
Sappiamo che in questi giorni a Palermo c’è chi, pur non essendo né anarchico né libertario, ricorda e rende omaggio a Pinelli, e di questo noi siamo grati.
E oggi, noi scendiamo in piazza perché ricordare Giuseppe Pinelli non è una commemorazione, ma un atto d’accusa contro la criminalità del potere.



Nucleo “Giustizia e Libertà” della Federazione Anarchica Siciliana

Federazione dei Comunisti Anarchici – Sezione “Delo Truda” Palermo

giustiziaeliberta@interfree.it

fdcapalermo@fdca.it

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giovedì 13 dicembre 2007

IL 15 DICEMBRE 1969 VENIVA UCCISO IL COMPAGNO PINELLI






12 dicembre 1969un ordigno contenente sette chili di tritolo esplode alle 16,37, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana, a Milano. Il bilancio delle vittime è di 16 morti e 87 feriti.Nei giorni successivi alla strage, solo a Milano, sono 84 le persone fermate tra anarchici, militanti di estrema sinistra e due appartenenti a formazioni di destra. Il primo ad essere convocato è il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, chiamato in questura lo stesso giorno
dell’esplosione. Dopo tre giorni di interrogatorio non viene contestata, a Pinelli, nessuna imputazione eppure non viene comunque rilasciato. Ad interrogarlo è il commissario Calabresi il quale guida l’inchiesta sulla strage.


15 dicembre 1969,tre giorni dopo l’arresto, Pinelli muore precipitando dalla finestra della Questura. La versione ufficiale parla di suicidio, ma i quattro poliziotti e il capitano dei carabinieri Lo Grano, presenti nella stanza dell’interrogatorio al momento della morte del ferroviere, saranno oggetto di un’inchiesta per omicidio colposo. Verrà poi aperto nei loro confronti un procedimento penale per omicidio volontario. Nei confronti del Commissario
calabresi, che non si trovava nella stanza ,si procederà per omicidio colposo. Tutti gli imputati verranno poi prosciolti nel 1975, perché "LO STATO ASSOLVE SEMPRE I SUOI SERVI CRIMININALI










Quella sera a Milano era caldo Calabresi nervoso fumava "tu Lograno apri un po' la finestra"e ad un tratto Pinelli cascò. "Scior questore io ce l'ho già detto lo ripeto che sono innocente, anarchia non vuol dire bombe ma giustizia nella libertà". "Poche storie indiziato Pinelli il tuo amico Valpreda ha parlato è l'autore di questo attentato il suo complice certo sei tu". "Impossibile - grida Pinelli -un compagno non può averlo fatto ma l'autore di questo misfatto tra i padroni dovete cercar". "Stai attento imputato Pinelli questa stanza è già piena di fumo se tu insisti apriam la finestra Quattro piani son duri da far ".L'hanno ucciso perché era un compagno Non importa se era innocente "era anarchico e questo ci basta"disse Guida il fascista questor. C'è un bara e trecento compagni Stringevamo le nostre andiere Noi quel giorno l'abbiamo giurato Non finisce di certo così. Calbresi e tu Guida assassini Che un compagno ci avete ammazzato Questa lotta non avete fermato La vendetta più dura sarà. Quella sera a Milano era caldo Ma che caldo che caldo faceva È bastato aprir la finestra Una spinta e Pinelli cascò.

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lunedì 10 dicembre 2007

I due "OTTOBRE" di Arscinov da "Delo Truda", n°29, ottobre 1927



I due Ottobre

Piotr Arscinov

Si è stabilito legalmente, col calendario bolscevico, di chiamare la vittoriosa
rivoluzione, operaia e contadina, del 1917 "la Rivoluzione d'Ottobre". C'è del
vero in questo, ma anche un'inesattezza.

Nell'ottobre del 1917 gli operai e i contadini della Russia superarono un
ostacolo colossale per lo sviluppo della rivoluzione; abolirono il potere
nominale delle classi capitaliste, ma ancor prima di ciò realizzarono qualcosa
di pari importanza rivoluzionaria o forse di più fondamentale. Prendendo il
potere economico alle classi capitaliste, e le terre ai grandi proprietari,
essi conquistarono non solo il diritto al lavoro libero e senza supervisori
nelle città, ma anche il controllo totale delle industrie. Conseguentemente, fu
prima dell'Ottobre che i lavoratori distrussero le basi del capitalismo. Era
rimasta solo la superstruttura politica.

Se non non ci fosse stata questa espropriazione generale a danno dei
capitalisti da parte dei lavoratori - la distruzione della macchina statale
borghese -, la rivoluzione politica non avrebbe in alcun modo trionfato. La
resistenza dei proprietari sarebbe stata molto più poderosa.

D'altra parte, gli obiettivi della Rivoluzione Sociale di Ottobre non si
limitavano a farla finita col potere capitalista. Gli operai avevano
sperimentato un lungo periodo di sviluppo pratico di carattere autogestionario,
il quale si perderà negli anni successivi. Pertanto, considerando come un
insieme l'evoluzione della Rivoluzione Socialista russa, Ottobre appare solo
come una fase - benché decisiva e poderosa, certo.

Per questo l'Ottobre non rappresenta da sola, completamente, la rivoluzione
sociale. si deve tenere conto di questa circostanza storica determinante nella
Rivoluzione Sociale russa quando si pensa ai vittoriosi giorni di Ottobre.
Un'altra peculiarità, non meno importante, è che Ottobre ha due significati -
quello che gli fu dato dalle masse lavoratrici che parteciparono alla
Rivoluzione Sociale, e con essi dai comunista-anarchici; e quello che gli fu
dato dal partito politico che ha conquistato il potere a partire da questa
aspirazione alla Rivoluzione Sociale, e che ha tradito e soffocato con la forza
ogni posteriore sviluppo.

Un'enorme distanza esiste tra queste due interpretazioni dell'Ottobre.

L'Ottobre degli operai e dei contadini è la soppressione del potere delle
classi parassitarie in nome dell'uguaglianza e dell'autogestione. L'Ottobre dei
Bolscevichi è la conquista del potere per il partito dell'intelligentsia
rivoluzionaria, l'instaurazione del suo "Stato Socialista" e dei suoi metodi
"socialisti" di governare le masse.


L'Ottobre operaio

La Rivoluzione di Febbraio colse di sorpresa i vari partiti rivoluzionario, in
una fase di completa confusione e, senza dubbio, essi si meravigliarono
considerevolmente per il profondo carattere sociale della nascente rivoluzione.
In un primo tempo nessuno salvo gli anarchici, voleva crederlo. Il Partito
Bolscevico, che diceva sempre di esprimere le aspirazioni più radicali della
classe operaio, sul piano delle finalità non poté andare oltre i limiti di una
rivoluzione borghese.

Fu solo alla conferenza di Aprile che ci si pose la questione di sapere che
cosa stesse realmente accadendo in Russia. Se si trattava solo del
rovesciamento dello zarismo, oppure se era la rivoluzione ad andare oltre -
verso una meta tanto lontana come il rovesciamento del capitalismo?

Quest'ultima eventualità pose ai bolscevichi il problema di sapere che tattica
seguire. Lenin prima degli altri bolscevichi fu consapevole del carattere
sociale della rivoluzione ed enfatizzò la necessità di conquistare il potere.
Vide un appoggio decisivo nel movimento operaio e contadino che stava sempre di
più smantellando le basi della borghesia industriale e rurale. Un accordo
unanime su queste questioni non poteva essere raggiunto, neanche nei giorni di
Ottobre. Per tutto il tempo, il partito manovrò tra le parole d'ordine sociali
delle masse e la concezione di una rivoluzione social-democratica, a partire
dalla quale essi si erano costituiti e si erano sviluppati.

Senza opporsi agli slogan della piccola e gran borghesia in favore di
un'Assemblea Costituente, il partito fece del suo meglio per controllare le
masse, pretendendo di mantenere il passo con loro, mentre esse dopo la caduta
dello zarismo marciavano erette sempre più avanti. In quel periodo gli operai
procedettero in modo impetuoso, abbattendo implacabilmente i loro nemici a
destra o a sinistra. I grandi proprietari terrieri cominciarono a lasciare le
campagne, fuggendo dai contadini insorti e cercando la protezione per i propri
beni e le proprie persone nelle città. Nel frattempo, i contadini procedevano a
una ridistribuzione diretta del suolo e non volevano sentire parlare di
convivenza o coesistenza coi proprietari terrieri.

Nelle città, intanto, si era avuto un repentino cambiamento nei rapporti tra
gli operai e gli impresari. Grazie agli sforzi del genio collettivo delle
masse, i Comitati di lavoratori sorgevano in ogni industria: officine,
trasporti, miniere ... intervenendo direttamente sulla produzione, ignorando i
proprietari e mettendo all'ordine del giorno l'eliminazione di costoro dalla
produzione.

In questo modo, in varie parti del paese gli operai riuscirono a
collettivizzare l'industria. Simultaneamente, tutta la la Russia rivoluzionaria
si copriva di una vasta rete di Soviet operai e contadini funzionanti come
organi di autogestione. Si svilupparono prolungando e difendendo la
rivoluzione.

L'ordine e l'amministrazione capitalisti, esistevano ancora nominalmente nel
paese, ma il vasto sistema di autogestione operaia, economica e sociale, si era
formato al suo interno in parallelo e si sviluppava.

Questo regime di Soviet e comitati di fabbrica, per il solo fatto della sua
comparsa, minacciava mortalmente il sistema statale. Deve essere chiarito che
la nascita e sviluppo dei Soviet e dei comitati di fabbrica non ha niente a che
vedere con principi autoritari.

Al contrario, essi erano, nell'esatto senso del termine, organi di autogestione
sociale ed economica delle masse, e in nessun caso organi del potere statale.
Si opponevano all'apparato statale che cercava di dirigere le masse e preparare
una battaglia decisiva contro di esse.

"La fabbrica agli operai - la terra ai contadini" - questi erano le consegne
con cui le masse rivoluzionarie urbane e contadine partecipavano alla sconfitta
dell'apparato dello Stato delle classi possidenti, in nome di un nuovo sistema
sociale, fondato sulle cellule di base dei comitati di fabbrica e dei Soviet
sociali ed economici.

Queste rivendicazioni circolavano da un estremo all'altro della Russia operaia,
influenzando profondamente l'azione diretta contro la coalizione di governo
socialista-borghese.

Come spiegavamo, gli operai e contadini stavano lavorando già nel senso
dell'intera ricostruzione del sistema industriale e agrario della Russia già
prima dell'Ottobre 1917. La questione agraria era virtualmente risolta a opera
dei contadini poveri dal giugno al settembre del 1917.

I lavoratori urbani, da parte loro, misero in funzione organi di autogestione
sociale ed economica, strappando allo Stato e ai proprietari le loro funzioni
organizzative nella produzione. La Rivoluzione Operaia di Ottobre spianò
l'ultimo e più grande ostacolo per la rivoluzione, il potere statale delle
classi proprietarie, già sconfitte e disorganizzate. Quest'ultima evoluzione
aprì un vasto orizzonte per il conseguimento della Rivoluzione Sociale
collocandola nel percorso creativo della ricostruzione socialista della
società, a cui già avevano mirato gli operai nei mesi precedenti. Questo è
l'Ottobre degli operai e dei contadini.

Significò un poderoso tentativo dei lavoratori manuali sfruttati di distruggere
totalmente le basi della società capitalista e di costruire una società di
lavoratori basata sui principi di uguaglianza, indipendenza ed autogestione del
proletariato urbano e rurale. Questo Ottobre non raggiunse la sua conclusione
naturale. Fu interrotto violentemente per l'Ottobre del partito Bolscevico che
estese progressivamente la sua dittatura nel paese.


L'Ottobre bolscevico

Tutti i partiti statalisti, incluso quello bolscevico, limitarono la
Rivoluzione Russa all'instaurazione di un regime social-democratico. Fu solo
quando gli operai e i contadini di tutta la Russia si orientarono a colpire le
basi dell'ordine agrario-borghese, e la rivoluzione si presentò come un fatto
storico irreversibile, fu solo allora che i Bolscevichi cominciarono a
discutere sul carattere sociale della Rivoluzione russa, ed a modificare di
conseguenza le loro tattiche. Non c'era neanche unanimità nel Partito sui temi
inerenti al carattere e all'orientamento degli eventi che stavano sviluppando
in Ottobre.

Più ancora, la Rivoluzione di Ottobre, con quel che seguì, si sviluppò mentre
il Comitato Centrale del Partito era diviso in due tendenze. Mentre una parte,
con Lenin alla testa, prevedeva l'inevitabile Rivoluzione Sociale e proponeva
di prepararsi alla conquista del potere, l'altra tendenza, guidata da Zinoviev
e Kamenev, denunciava il tentativo di Rivoluzione Sociale come avventurista e
non andava oltre il richiamo alla convocazione dell'Assemblea Costituente, in
cui i Bolscevichi avrebbero occupato i posti più a sinistra (Cfr. "Le lezioni
d'Ottobre" di Trotsky).

Il punto di vista di Lenin prevalse ed il Partito cominciò a mobilitare le sue
forze per l'eventualità della lotta decisiva delle masse contro il governo
provvisorio. Il Partito cominciò ad infiltrarsi nei comitati di fabbrica e nei
Soviet dei Delegati Operai, facendo il possibile per ottenere in questi organi
di autogestione, ancora poco sperimentati, il maggior numero di mandati, al
fine di controllarne le azioni. Tuttavia, la concezione dei Bolscevichi su
Soviet e comitati di fabbrica, e il loro avvicinamento a essi, erano
fondamentalmente diversi da quelli delle masse.

Mentre la massa operaia li considerava come organi della sua autogestione
sociale ed economica, il Partito Bolscevico li vedeva come mezzi per strappare
il potere alla decrepita borghesia e dopo di ciò usare questo potere in
conformità alla sua dottrina di partito.

Quindi, un'enorme differenza si rivelava tra le masse rivoluzionarie e il
Partito Bolscevico nella sua concezione e prospettive per l'Ottobre.
Nel primo caso si trattava di sconfiggere il Potere con l'obiettivo di ampliare
e fortificare gli organi di autogestione operaia e contadina già costituiti.
Nel secondo caso, la questione stava nell'orientare questi organi alla presa
del potere e nel subordinare tutte le forze rivoluzionarie al Partito.

Questa divergenza, come vediamo, era enorme.

E aumentò in seguito durante tutto il corso ulteriore Della Rivoluzione russa,
giocando un ruolo funesto nel destino di quest'ultima. Il successo dei
bolscevichi nella Rivoluzione di Ottobre - cioè, il fatto che si trovassero nel
potere, da dove subordinarono tutta la rivoluzione al Partito - si spiega con
la sua abilità nel sostituire l'idea del potere sovietico alla idea della
rivoluzione sociale e dell'emancipazione sociale delle masse.

A priori, queste due idee sembravano non contraddirsi, poiché era possibile
intendere il "potere sovietico" come il potere dei soviet, e così si facilitava
la sostituzione dell'idea del potere sovietico a scapito di quella della
Rivoluzione.

Tuttavia, nella loro realizzazione e nelle loro conseguenze, queste idee
stavano fra di loro in violenta contraddizione. La concezione del Potere
Sovietico incarnato nello Stato Bolscevico, produsse un potere borghese
interamente tradizionale, concentrato in un pugno di individui che sottomisero
alla loro autorità tutto quello che era fondamentale e più poderoso nella vita
del paese - in questo caso, la Rivoluzione Sociale. Allora, con l'aiuto del
"Potere dei Soviets" dove i bolscevichi monopolizzavano quasi tutti i posti -
effettivamente, ottennero un potere totale e poterono proclamare la loro
dittatura in lungo e in largo nel territorio rivoluzionario.
Questo concesse loro la possibilità di strangolare tutte le correnti
rivoluzionarie dei lavoratori che non erano d'accordo con la loro dottrina che
alterava completamente il corso della Rivoluzione Russa, facendole adottare una
moltitudine di misure contrarie alla sua essenza.

Una di queste misure fu la militarizzazione del lavoro durante gli anni del
Comunismo di Guerra - militarizzazione degli operai affinché milioni di
truffatori e parassiti potessero vivere in pace, lusso ed ozio. Un'altra misura
fu la lotta tra la città e le campagne, provocata dalla politica del Partito,
che considerava i contadini come elementi non fidati ed estranei alla
Rivoluzione. Ci fu anche, infine, uno strangolamento del pensiero libertario e
del movimento anarchico, le cui idee sociali e le cui parole d'ordine furono la
forza della Rivoluzione Russa, orientandosi verso la rivoluzione sociale. Altre
misure consistettero nella proscrizione del movimento operaio indipendente,
nella soppressione della libertà di espressione dei lavoratori in generale.

Tutto si riduceva a un unico centro, da dove emanavano tutte le istruzioni
relative alle forme di vita, di pensiero, di azione delle masse lavoratrici.

Questo è l'Ottobre dei Bolscevichi.

In esso si incarnava l'ideale seguito per decenni dall'intelligentsia
socialista rivoluzionaria, realizzato ora all'ingrosso dalla dittatura del
Partito Comunista di Tutte le Russie. Quest'ideale soddisfa l'intelligentsia
dominante, a dispetto delle sue catastrofiche conseguenze per gli operai; e ora
essa può celebrare con la dovuta pompa il suo decimo anniversario al potere.


Gli anarchici

L'Anarchismo Rivoluzionario fu l'unica corrente politico-sociale a esaltare
l'idea della rivoluzione sociale degli operai e dei contadini, tanto durante la
Rivoluzione di 1905 come nei primi giorni della Rivoluzione di Ottobre. In
realtà, il ruolo che avrebbero potuto giocare era colossale, così come furono i
metodi di lotta usati dalle masse.

Allo stesso modo, nessuna teoria politico-sociale si sarebbe potuta mescolare
in modo più armonioso con lo spirito e l'orientamento della Rivoluzione. Gli
interventi degli oratori anarchici nel 1917 erano ascoltati con una particolare
fiducia e attenzione dagli operai.

Poteva sembrare che il potenziale rivoluzionario degli operai e dei contadini,
insieme al potere ideologico e tattico degli anarchici, potevano rappresentare
una forza irresistibile. Sfortunatamente, questa unione non ebbe luogo.

Alcuni anarchici isolati, occasionalmente svolgevano un'intensa attività
rivoluzionaria tra gli operai, ma non c'era un'organizzazione anarchica dalle
grandi apertura alare che dirigesse azioni più continuative e coordinate (al di
fuori della Confederazione Nabat e della Makhnovshcina in Ucraina).

Solo una tale organizzazione avrebbe potuto unire gli anarchici e i milioni di
operai. Durante un periodo rivoluzionario tanto importante e vantaggioso gli
anarchici si limitarono alle attività ristrette di piccoli gruppi, invece di
orientarsi verso l'azione politica di masse.

Preferirono annegare nel mare delle loro dispute interne, senza cercare di
orientarsi verso una tattica comune all'anarchismo.

Per questa carenza, si condannarono all'inazione e alla sterilità durante i
momenti più importanti della Rivoluzione sociale.

Le cause dello stato catastrofico del movimento anarchico, risiedevano nella
sua dispersione, nella disorganizzazione e assenza di una tattica collettiva -
cose che quasi sempre sono state sostenute a livello di principi da parte degli
anarchici - evitando di muovere un solo passo organizzativo capace di orientare
la rivoluzione sociale in maniera decisiva.

Non è questione di denunciare, in realtà, coloro che, per la loro demagogia, la
loro mancanza di riflessione, e la loro irresponsabilità contribuirono a creare
questa situazione. Bensì si tratta di fare in modo che l'esperienza tragica che
ha portato le masse operaie alla sconfitta, e l'anarchismo sull'orlo
dell'abisso, venga assimilata fin d'ora e in avanti. Dobbiamo combattere e
stigmatizzare senza misericordia quanti in una forma o in un'altra continuano a
perpetuare il caos e la confusione nell'Anarchismo, tutti quelli che ne
impediscono il ristabilimento e l'organizzazione. In altre parole, coloro le
cui azioni vadano contro gli sforzi del movimento per l'emancipazione operaia e
la realizzazione della società Comunista Anarchica.

Le masse lavoratrici apprezzano l'Anarchismo e ne sono istintivamente attratte,
ma non lavoreranno col movimento anarchico fino a quando non si convincano
della sua coerenza teorica e organizzativa. È necessario che ognuno di noi
assuma il massimo impegno per il raggiungimento di questa coerenza.


Conclusioni e prospettive

La pratica bolscevica degli ultimi dieci anni mostra chiaramente l'orientamento
di questo potere, ogni anno si restringono un po' più i diritti politici e
sociali dei lavoratori, e gli sono strappate le loro conquiste rivoluzionarie.
Non c'è dubbio che la "missione storica" del Partito Bolscevico si presenta
vuota di significato e che cercherà di portare alla Rivoluzione Russa al suo
obiettivo finale: il Capitalismo di Stato degli schiavi salariati; vale dire,
il rafforzamento del potere degli sfruttatori e l'accrescimento della la
miseria degli sfruttati.

Parlando del Partito Bolscevico come parte dell'intelligentsia socialista che
esercita il suo potere sulle masse lavoratrici della città e delle campagne, ci
riferiamo al suo nucleo dirigente centrale che - per la sua origine, la sua
formazione e il suo stile di vita - non ha niente in comune con la classe
operaio, ma a dispetto di ciò, dirige tutti i dettagli della vita del partito e
del paese. Questo nucleo cercherà di mantenersi a spese del proletariato, che
non può sperare niente da esso.

Le possibilità offerte dai militanti di base del Partito, includendo le
Gioventù Comuniste, sembrerebbero essere differenti. Questa massa ha
partecipato passivamente alle politiche negative e controrivoluzionarie del
Partito, ma provenendo dalla classe operaia, è capace di arrivare a rendersi
conto della realtà dell'autentico Ottobre degli operai e dei contadini e di
dirigersi verso di esso. Non c'è dubbio che da queste fila verranno molti
combattenti dell'Ottobre dei lavoratori.

Speriamo che ne assimilino rapidamente il carattere anarchico, e che vengano in
suo aiuto. Da parte nostra, ci sia consentito di sottolineare questo carattere
per quanto ci sia possibile, e di aiutare le masse a riconquistare e conservare
le grandi conquiste rivoluzionarie.

"Delo Truda", n°29, ottobre 1927


Tradotto dal francese da Pier Francesco Zarcone per il Nestor Makhno Archive,
dicembre 2007.

giovedì 6 dicembre 2007

Quando è il lavoro ad uccidere...

Quando è il lavoro ad uccidere......la morte diventa un numero e la vita un sacrificio da offrire al Moloch del capitalismo e dello sfruttamento

Per il capitalismo i lavoratori non sono che numeri in vita: numeri in produzione, numeri in esubero, numeri in mobilità, numeri da ridurre coi licenziamenti. E numeri restano, anche quando sono morti sul lavoro. Le vite sfruttate, le vite spezzate non sono altro che costi. Cioè numeri. Così l'INAIL ci fa sapere che nel 2006 ha registrato 1.280 morti sul lavoro. Che sono in aumento le vittime tra le donne e gli extracomunitari. Che nel 2006 vi sarebbero stati 1.115 morti nell'industria (280 nell'edilizia), 114 nell'agricoltura e 11 tra i dipendenti statali. Che il numero degli infortuni mortali aumenta per le donne: 103 uccise nel 2006 contro 88 nel 2005. Da 4 anni emerge poi anche la crescita delle vittime tra gli extracomunitari.
Si dice che sono numeri dentro la statistica! Una statistica che conta una media di quattro morti al giorni per infortunio sul lavoro e che non tiene conto di quei lavoratori e lavoratrici, anche immigrati, che non esistono perché in nero, clandestini, sommersi. E che dire dei lavoratori che sono rimasti vittima di incidenti stradali perché stanchi e affaticati dalla guida o dal turno di lavoro? E delle vittime di esposizione ad agenti cancerogeni e tossici, di cui raramente o a grande fatica si riesce a dimostrare che la causa della loro morte è il lavoro?
Quando il lavoro uccide, non c'è articolo 2087 del codice civile che tenga, non c'è legge 626 che tuteli, il serial killer che non si vuole denunciare e fermare è tuttavia sotto gli occhi di tutti: è l'organizzazione del lavoro e la sua deregolamentazione; è l'intensificazione dello sfruttamento del lavoro ed il ricatto che attenua o annulla le norme di protezione e sicurezza o addirittura le vuole depenalizzare. E se non provoca la morte, procura centinaia di migliaia di incidenti sul lavoro (938.613 sono stati gli incidenti denunciati nel 2004 dall'INAIL).
In Italia come in tutto il mondo, dietro i morti e gli incidenti sul lavoro ci sono grandi interessi che tendono a scaricare sulla collettività i costi delle conseguenze delle morti, degli infortuni e delle malattie professionali. Si tratta di costi umani ed anche economici enormi: si perde ogni anno il 4% del PIL mondiale per costi derivati da incidenti, decessi e malattie legate al lavoro, pari a 20 volte la spesa per gli aiuti allo sviluppo.
Ma il costo umano è incalcolabile!! Si tratta di una mattanza di dimensioni mondiali. L'Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO) ha registrato per il 2005 circa 2,2 milioni di morti l'anno, di cui "solo" 350.000 sono dovute a infortuni (e fra questi ben 60.000 nell'edilizia). Tutti gli altri - 1 milione e 700 mila persone - sono vittima di malattie professionali (l'amianto da solo è ancora responsabile di circa 100.000 morti l'anno). E la maggior parte degli infortuni mortali stimati dall'Ilo avviene in Cina (circa 90.000), in altri Paesi dell'Asia (76.866) e in India (40.133). E nei prossimi 15 anni ci sarà un aumento sia nel numero di giovani (15-24 anni), sia in quello di anziani (60 anni e oltre) che entreranno nella forza lavoro: si tratta proprio delle categorie che tendono ad avere i più alti tassi di incidenti sul lavoro.
La prevenzione, la protezione, la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro sono costi che non possono essere scaricati sui contratti di categoria, ma devono essere assunti dai datori di lavoro; i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS) devono essere istituiti in ogni luogo di lavoro anche su iniziativa autonoma ed autogestita dei lavoratori e messi in condizione di poter operare, protetti e tutelati dai ricatti padronali, in diretto contatto con le ASL, a cui affidare il riconoscimento degli infortuni e delle malattie professionali e l'istituzione di un osservatorio, comune per comune, azienda per azienda degli infortuni sul lavoro.
Ma soprattutto occorre riprendere la critica sul capitalismo come sistema di produzione, la denuncia sistematica dello sfruttamento e dei suoi effetti letali sulla salute e sulla vita dei proletari in Italia ed in tutto il mondo; l'organizzazione di lotte specifiche per la sicurezza, per contrastare tutti i processi causa dell'aumento dei fattori di rischio: dalle privatizzazioni all'outsourcing, dalla dequalificazione delle mansioni all'aumento dei ritmi nelle unità produttive.
Perché non si debba più morire di lavoro, ma vivere, non bastano accorati appelli o lacrime di coccodrillo, e l'affidarsi al rispetto delle regole o alla correttezza dei padroni: è necessaria, in ogni luogo di lavoro, la riconquista della dignità e la consapevolezza di dover difendere i propri diritti, serve la lotta e l'unità dei lavoratori e delle lavoratrici.


FEDERAZIONE DEI COMUNISTI ANARCHICI

27 aprile 2007 http://www.fdca.it/

venerdì 30 novembre 2007

Anarchici contro il muro

Palestina-Israele, la lotta unitaria continua nelle regioni di Bil'in e di Betlemme by Ilan S.

- Anarchici Contro Il Muro Venerdì, Nov 30 2007, 3:46pmaddress:
Tel Avivmashriq / arabia / iraq / community struggles / news report Izbet-Al-Tabib, Um Salmuna, Bil'in, strada dell'apartheid 443

Continua la lotta unitaria nelle regioni di Bil'in e di Betlemme

L'azione diretta di mercoledì a Izbet-Al-Tabib è una delle poche azioni dirette unitarie contro il muro a cui i villaggi palestinesi invitano a partecipare gli Anarchci Contro Il Muro.
"L'azione di questa mattina a Izbet Al Tabib è iniziata bene con un apprezzabile numero di attivisti internazionali, Palestinesi ed Israeliani. L'esercito era dispiegato in forze ed ha attaccato la gente dopo pochi minuti. I blocchi sulla stada sono stati smantellati solo parzialmente.Due israeliani sono stati fermati e portati nella stazione di polizia di Kdumim. Sono stati poi rilasciati dopo alcune ore, l'esercito ha invaso il villaggio ed ha rinforzato i blocchi sulla strada.

".------------------ Venerdì 30 novembre, la prima azione diretta a cui gli Anarchci Contro Il Muro hanno partecipato è stata in Um Salmuna - nella regione di Betlemme.Nella tarda mattinata, la gente ha marciato dal villaggio verso la strada del muro della separazione. Proprio quando si era sul ciglio della strada che bisognava attraversare, un manipolo di soldati israeliani si è messo ad accompagnare la manifestazione. Le loro provocazioni non sono riuscite a far sbandare il corteo. Vicino alla strada del muro della separazione, gli abitanti del villaggio hanno detto la loro preghiera di mezzogiorno e poi la manifestazione è tornata al villaggio.

.-------------------Dal momemto che il grosso delle forze di stato era stato mandato a reprimere la manifestazione regionale che si teneva sulla vicina statale dell'apatheid n°443, a Bil'in c'è stata una manifestazione più tranquilla.A mezzogiorno, abbiamo marciato dal centro del villaggio verso la strada del muro della separazione. Quando siamo giunti ai piedi della collina dove passa il muro che ha rubato le terre dei palestinesi sul lato ovest, abbiamo trovato una sorpresa. C'era solo un piccolo contingente di soldati e di polizia di confine. Hanno dichiarato la strada zona militare chiusa e minacciato i manifestanti come al solito. Tuttavia, appena la gente si è mossa lentamente al di là del limite proibito, i soldati si sono astenuti dal rispondere con il solito attacco brutale. Ci hanno minacciato e bloccato la nostra avanzata dopo 30 metri, ma senza ricorrere a violenze fisiche. Dopo aver ascoltato per un pezzo le loro minacce di procedere ad arresti, ci siamo ritirati molto lentamente dalla zona violata e la manifestazione è terminata.Per un po' abbiamo assistito dalla collina agli scontri tra i lanciatori di pietre ed i soldati.

-----------------La manifestazione regionale contro la strada dell'apartheid 443 che i Palestinesi della regione non possono usare, è iniziata a mezzogiorno. La manifestazione in marcia verso la strada 443 è stata intercettata nel punto in cui le forze israeliane avevano cercato di bloccarci, senza riuscirci, lo scorso venerdì. Le testimonianze parlano di uso di manganelli da parte delle forze di stato e di arresti: un palestinese ed un israeliano che aveva cercato di proteggerlo dall'aggressione brutale.
Per tutta risposta al brutale attacco, i giovani che si erano sparpagliati sulla collina vicina hanno iniziato un fitto lancio di pietre sulle forze di stato e sul traffico lungo la strada della'partheid.I manifestanri hanno fatto pressione per ottenere il rilascio dei 2 arrestati, cosa avvenuta solo un'ora dopo la fine della manifestazione.

Ilan Shalif (Anarchici Contro Il Muro)
http://awalls.org/

(traduzione a cura di FdCA - Ufficio Relazioni Internazionali) http://www.fdca.it/
http://www.fdca.it/wall/media.htm

mercoledì 28 novembre 2007

In memoria di Benedetto Petrone, barbaramente ucciso dai fascisti a Bari il 28 novembre di 30 anni fa






Anche il silenzio è un modo di uccidere

Il 28 novembre del 1977 a Bari veniva assassinato da una squadraccia fascista il compagno Benedetto Petrone. La città reagì con un movimento di lotta contro il fascismo e il suo tessuto organizzativo, e ripropose a livello di massa i valori più genuini della Resistenza, delle lotte antifasciste vissute come lotte anticapitaliste, contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, per una società senza classi.
Tale movimento ritrovò nella mobilitazione di massa e nell'azione diretta la giusta risposta militante al barbaro assassinio del compagno Benedetto, avvenuto a distanza di soli due mesi dall'assassinio di Walter Rossi a Roma.
Tale risposta di massa ebbe l'immenso valore di sintetizzare delle indicazioni politiche chiare:
la necessità di battere il fascismo con la mobilitazione di massa;
la necessità di non delegare allo Stato e ai suoi organi rappresentativi tale compito; non solo perché fascismo e Stato vivevano come sempre a braccetto; non solo perché i fascisti, anche a Bari, avevano avuto tutte le coperture possibili e immaginabili, ma soprattutto perché gli operai, gli studenti, le donne, i disoccupati non potevano, ieri come oggi, scindere le lotte contro il fascismo da quelle contro la disoccupazione, contro l'emarginazione, contro il lavoro nero, contro l'aumento dei prezzi, contro la repressione, contro le leggi liberticide.
Ridicoli furono, ieri come accade anche oggi, i tentativi di criminalizzare tale movimento attraverso l'uso terroristico della stampa.
L'azione del movimento di lotta, che la stampa ed i partiti istituzionali tentarono di presentare come azioni di teppisti, si diresse contro il tessuto organizzativo dei fascisti, colpendo le loro sedi organizzative; i loro posti di ritrovo, negozi gestiti da noti squadristi e criminali..
Anche in quegli anni era chiaro che non si elimina il fascismo soltanto colpendone il tessuto organizzativo, ma anche organizzandosi all'interno dei quartieri, con reti di mobilitazione antifascista permanenti, che svolgono attività di recupero della memoria, di controinformazione, di vigilanza, togliendo ogni agibilità politica ai fascisti, impedendo che possano utilizzare piazze e luoghi cittadini, sia per radunarsi che per organizzarsi.
Solo in questo modo Benedetto non è morto invano, e il suo ricordo rimarrà sempre vivo, non solo tra i compagni che gli sono stati vicini nelle lotte, ma tra tutti gli sfruttati che lottano e lotteranno per la liberazione dallo sfruttamento e dall'oppressione.
Ancora oggi la mobilitazione è importante per giungere all'obiettivo da tutti auspicato, di chiudere i covi fascisti, di impedire che nelle scuole e nei quartieri possano continuare a scorazzare seminando il panico tra i giovani e gli immigrati, di contribuire alla crescita della coscienza politica e della partecipazione diretta di tutti e tutte.






L'antifascismo non va delegato, perché la sua forza risiede nella determinazione e nella capacità del movimento di immigrati, studenti, operai, donne, disoccupati, di costruire e di portare avanti un processo di trasformazione radicale della società, un processo di costruzione di una società senza classi, autogestita ed egualitaria.






A distanza di 30 anni, oggi come allora, resta ferma la scelta dei comunisti anarchici di favorire nel territorio la nascita e lo sviluppo di organismi di base antifascisti in grado di mobilitarsi nella lotta contro il razzismo, contro il sessismo, contro il patriarcato, contro lo sciovinismo, contro la legge della sopraffazione che arma il neofascismo al servizio dei padroni di sempre.







Federazione dei Comunisti Anarchici http://www.fdca.it/
28 novembre 2007

martedì 27 novembre 2007

UN NUOVO MOSTRO SI AGGIRA PER L'EUROPA


1. Enel: Conti, considerevole ritorno da ingresso mercato elettrico russo

Russia nuova e attrattiva frontiera per Enel. Il numero uno di Enel, Fulvio Conti, ha spiegato nel corso di un'intervista al Financial Times le motivazioni della voglia di Enel di crescere sul mercato russo. In attesa del prossimo lancio dell'Opa per la conquista del controllo della genco OGK-5, Conti ha definito il mercato elettrico russo "una nuova frontiera" molto attrattiva. "L'acquisto di OGK-5 - ha dichiarato l'a.d. di Enel - produrrà un considerevole ritorno". "Siamo stati i primi (ad entrare in Russia, ndr) e abbiamo avuto una grande attenzione da Putin in persona", ha aggiunto Conti rimarcando come i russi chiedono reciprocità negli investimenti energetici in Europa.

2. Enel: Conti, Gazprom potrebbe entrare con quote in centrali italiane

Nell'Italia che si scopre a corto di gas e con scorte di metano ai minimi livelli con l'inverno alle porte Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel, ha detto che il colosso Gazprom potrebbe entrare con proprie partecipazioni in alcune centrali italiane della società elettrica italiana. Conti, nella conferenza stampa al Congresso mondiale dell'energia, ha spiegato che si tratta di una possibilità data al gruppo russo. "Il nostro accordo con Gazprom - ha ricordato Conti -prevede una reciprocità di interessi. Stanno valutando le possibili soluzioni".

3. Trattative serrate tra Gazprom ed Enel sull'elettricità

L'architettura della futura partnership era già tutta nell'accordo, non troppo pubblicizzato per la verità, del marzo 2006 quando l'ad di Enel, Fulvio Conti, e il ceo di Gazprom, Alexey Miller, si erano incontrati per studiare possibili cooperazioni nel mercato italiano, russo e di paesi terzi. Più di un anno e mezzo dopo, quell'accordo sta prendendo forma e adesso si preme sull'acceleratore. I negoziati per l'ingresso di Gazprom come azionista di minoranza in una newco cui faranno capo alcune delle centrali a gas di Enel sono infatti più avanzati di quanto non sia trapelato finora, da quando cioè lo stesso Conti è venuto allo scoperto.
Articoli tratti da : Redazione Finanzaonline (redazione@finanzaonline.com)


Segue documento FdCA del gennaio 2006
“Gas Gas Gas, Tovarishch Gazprom! “

Nella tragica e sanguinaria cornice delle guerre guerreggiate e di quelle geopolitiche per il controllo strategico delle materie prime che dal Medio Oriente all’area turanica vede confrontarsi gli interessi imperialistici per il controllo dei giacimenti energetici e dei vari corridoi che portano petrolio, gas, acqua verso i 4 punti cardinali, alza la posta la Russia di Putin e di Gazprom, proprio alla vigilia di assumere il primo la presidenza del G8 e il secondo di collocare sul mercato il 49% delle sue succulente azioni. Da quelle parti, si sa, le oligarchie governative e non, islamiche e non, le élite capitalistiche, le borghesie nazionali, non possono più rinunciare al binomio esercito/oleo-gasdotto: senza il primo chi protegge il corridoio? E senza diritti sul secondo come ritagliarsi un ruolo, anche piccolo, nello scontro imperialistico?
Ma Gazprom non fa sconti alle ex-repubbliche sovietiche che guardano ad ovest, Putin si riprende basi militari e corridoi ad est e intorno al Mar Caspio e resuscita la barbarie nazional-protezionista della golden share in Gazprom!
E che intimidazione per l’Unione Europea, imperialisticamente una nullità in campo energetico!
Gazprom sa che il gas tende ad essere sempre più presente nella produzione di energia elettrica; sa che il suo prezzo legato al petrolio fa volare le tariffe, fa muovere le Borse, fa persino investire la FIAT nei motori a metano, e in molti paesi -come l’Italia- spinge la domanda… di gas oltre il PIL! Già l’Italia.
L’Authority per l’energia in Italia ha le idee molto chiare per il futuro: dopo la liberalizzazione del mercato del gas nel 2003, sostiene che occorra ancora superare forme monopolistiche od oligopolistiche nell’approvvigionamento e stoccaggio del gas sia a monte che a valle del sistema e "sbottigliare" i gasdotti Russia/Austria e Algeria/Tunisia che arrivano in Italia controllati da SNAM Rete Gas. E quindi è necessario costruire nuovi gasdotti, nuovi gassificatori (dove lavorare il gas naturale liquefatto) per aumentare l’offerta ed abbassare i prezzi (sic!). E lanciare l’Italia come leader nell’esportazione di gas in Europa. Si stima che entro il 2010 il 60% della produzione di energia sarà alimentato dal gas in centrali a ciclo combinato di nuova generazione. Ma l’Italia da dove lo prenderà il gas per esportarlo persino verso il Nord Europa (puntando addirittura sull’esaurimento delle riserve di gas nel Mar del Nord)? Non mancano certo progetti di gasdotti e rigassificatori che serviranno per importare anche dal Mar Caspio (progetto Edison di un gasdotto tra Italia, Grecia, Turchia, Azerbaijan), dal Qatar (terminale off-shore a Rovigo), dall’Algeria alla Sardegna a Livorno.
Non mancano i soliti sciacalli che, approfittando del clima di supposta emergenza, rilanciano l’energia nucleare come possibile fonte energetica alternativa immediata, proponendo la costruzione di nuove centrali senza neanche preoccuparsi di essere credibili. Intanto, però, nel mezzo dell’allarme black-out (pardon termosifoni spenti) qualcuno inserisce, nelle righe del solito provvedimento che parla di tutt’altro, qualcosa che assomiglia molto a un sito di stoccaggio delle scorie nucleari in un’area priva dei più elementari requisiti di sicurezza. E dove? Proprio in Piemonte, dove sarà se non altro un utile diversivo alla serrata battaglia antiTAV che ha tutte le caratteristiche di una lotta di massa.
E mentre l’italico capitalismo dell’energia punta a progetti faraonici ed ottiene risultati lusinghieri di fatturato ed in Borsa, dai giganti come l’ENI alle ex-municipalizzate, mentre la chiusura o apertura dei rubinetti di Gazprom fa tremare mezza Europa, aumentano invece i prezzi e le tariffe per i lavoratori italiani ed europei, si progettano devastazioni ambientali del territorio per entrare in quella rete neuronale di corridoi e snodi che vede fluire profitti, plusvalore e finanziamenti pubblici a soggetti privati senza apportare alcuna ricchezza ed alcun beneficio ai territori che attraversa, se non militarizzazione ed impoverimento. Come per l’acqua, la privatizzazione e la valorizzazione capitalistica del gas costituisce un ulteriore furto di un bene pubblico, un’ulteriore appropriazione di una risorsa naturale per il profitto di pochi e lo sfruttamento di molti.
E’ il capitalismo, bellezza! E la lotta per riprenderci l’acqua, il gas, e tutte le materie prime non potrà che essere lotta anticapitalistica, condotta a viso aperto e in massa e non delegandola a istituzioni e autorità locali. E non potrà prescindere dalla consapevolezza che l’ambiente e la salute non sono monetizzabili né merce da continuare a far rapinare al capitalismo.

Federazione dei Comunisti Anarchici
gennaio 2006 http://www.fdca.it/ “ Analisi”

sabato 24 novembre 2007

25 Novembre giornata di lotta contro la violenza sulle donne

Il 25 novembre, manifesteremo la nostra solidarietà , con un volantinaggio per le vie della città

COME TU MI VUOI?

C’è una guerra quotidiana che si consuma , da sempre, in tutto il mondo. È la guerra scatenata contro le donne di ogni età e di ogni latitudine, una guerra fatta di soprusi, di violenze fisiche e psicologiche, di ingiustizia ed esclusione.
In questi giorni isterici in cui il sistema politico e i poteri forti cercano di terrorizzare la società puntando il dito sugli immigrati accusandoli di essere la causa di tutti i problemi del paese, noi anarchici vogliamo invitare a un’ulteriore riflessione, prendendo spunto da alcuni dati.
Da una ricerca Eures emerge che un omicidio su quattro avviene tra le mura domestiche: il 70% delle vittime sono donne e in otto casi su dieci l’autore è un uomo.
L’Istat, in una recente indagine, rileva che quasi 7 milioni di donne tra i 16 e i 60 anni sono state oggetto di violenza fisica o sessuale nella loro vita, mentre altri 7 milioni hanno subito una violenza psicologica: nella maggior parte dei casi l’autore è il partner o l’ex, come nel 69,7% degli stupri.
Il 95% delle violenze non viene denunciato. Negli ultimi sei mesi sono state uccise 57 donne.
Il posto più pericoloso per una donna è la propria casa, e i soggetti più pericolosi per la sua incolumità sono quelli con cui vive giorno per giorno: padri, mariti, amanti, fratelli.
Ciò significa che non è cambiato molto nelle relazioni tra i sessi, e che la donna continua a essere considerata uno strumento per la soddisfazione delle esigenze di dominio da parte dei maschi. Questa logica maschilista, figlia di un patriarcato che è ancora duro a morire, è all’origine della grave subalternità in cui le donne sono costrette a vivere in tutti i settori della vita pubblica e privata. Nella società dominata dagli uomini, il corpo delle donne viene costantemente mercificato e sfruttato e l’unico modello di donna che si vuole imporre attraverso i mezzi di comunicazione è quello della svampita tutta curve e niente cervello. In questo occidente “democratico” e “progressista” il dominio maschilista sul corpo delle donne si misura anche nella pretesa da parte delle gerarchie ecclesiastiche di controllare l’autodeterminazione di ogni donna attaccando il diritto alla maternità e a una sessualità matura e consapevole. Così come la tradizione e il fondamentalismo mussulmano costringono le donne alla mortificazione della loro identità e del loro corpo, allo stesso modo la tradizione e la Chiesa cattolica vorrebbero che le donne fossero delle macchine da procreazione senza libertà e senza diritti.
Nei luoghi di lavoro, la disparità tra donne e uomini è del tutto evidente, sia nelle differenze di retribuzione, sia nella disuguaglianza per l’accesso alle risorse. In questo senso, la differenza di genere si affianca a una differenza di classe che ci dà la misura di quanto grave sia la condizione delle donne nella vita economica e sociale.
Una società in cui la donna viene trattata e usata come un oggetto è una società profondamente ingiusta e schiava dei suoi pregiudizi.
La strada per l’emancipazione delle donne è ancora lunga, ma proprio le donne hanno dimostrato di poter conquistare diritti e libertà attraverso la lotta e l’azione diretta contro il dominio patriarcale.
La battaglia contro la violenza sulle donne e, più in generale, per un miglioramento della condizione femminile non può essere lasciata allo sforzo delle sole donne.
È necessario che tutti, al di là di ogni differenza di genere, si impegnino in un fronte comune per distruggere l’autoritarismo, l’intrinseca violenza della cultura patriarcale e le differenze di classe.
Perché nessuna società potrà dirsi davvero liberata fino a quando ogni donna e ogni uomo non saranno pienamente in grado di vivere il proprio destino senza paura e senza ricatti .

Nucleo “Giustizia e Libertà” della Federazione Anarchica Siciliana
Federazione dei Comunisti Anarchici – Sezione “Delo Truda” Palermo



venerdì 23 novembre 2007

Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne


Roma, 24 NOVEMBRE 2007

Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne

Aderiamo alla manifestazione del 24 novembre contro la violenza sulle donne perché non è solo una cosa che riguarda le donne, anche se da essa sono le donne, di ogni orientamento sessuale, che devono difendersi.
Se ne devono difendere quando la subiscono, se ne devono difendere quando essa viene usata, anche strumentalmente, contro di loro, per restringere ancora di più gli spazi di libertà che ciascuna di noi si è conquistata.
È vero che la violenza contro le donne è trasversale alle classi, ma perché in essa si ripete un meccanismo di sopraffazione e di dominio che dello sfruttamento fa pietra angolare.
Vittime sbattute in prima pagina, usate vergognosamente per nascondere l’inesistenza di politiche sociali di sostegno, di politiche per la casa, lo smantellamento dei servizi pubblici e sociali, l’abdicare della politica a governare la società con qualcosa di diverso che la sola forza bruta, le tensioni causate dal sempre maggiore impoverimento, il cedere di tanta società civile al caldo richiamo della tradizione. E vittime di serie B perché uccise all’interno di famiglie normali, da cui magari cercavano di scappare, e non da un balordo che può essere utilizzato come comodo capro espiatorio o da una cultura straniera, facile da colpevolizzare. Perché all’interno della tanto celebrata famiglia si sfoga sui soggetti più deboli la paura di rapporti solidali, paritari, liberamente scelti e gestiti che minerebbero la società, questa società patriarcale, gerarchica e autoritaria che conosciamo e subiamo.
E poi vittime innominate dello sfruttamento, vendute e comprate per pochi spiccioli, carne da macello o da lavoro, schiave senza voce e senza diritti, chiuse in capannoni o esposte sulle tangenziali. Ogni violenza contro di loro aumenta la violenza contro tutte.
Ma la violenza contro le donne non può essere sconfitta da nuove leggi, sempre più inefficaci, né da ronde notturne né da più pattuglie per le strade. Può essere sconfitta solo dalla libertà, da una sempre maggiore autonomia personale, che passa per le battaglie per il reddito, per la parità salariale e per i servizi sociali, dalla solidarietà tra donne e dal percorso di crescita, individuale e collettivo, di donne e uomini capaci di andare oltre i modelli culturali imposti dalla sacra triade chiesa (che propone) mercato (che dispone), stato (che impone).

Federazione dei Comunisti Anarchici
22 novembre 2007

Per ulteriori informazioni sulla manifestazione: http://www.controviolenzadonne.org/

venerdì 16 novembre 2007

Genova 2001 - Genova 2007Per non dimenticare che non ci sono poteri buoni

La Federazione dei Comunisti Anarchici aderisce alla manifestazione genovese del 17 novembre per denunciare e contrastare con la mobilitazione, le ultime decisioni reazionarie del governo italiano riguardo la commissione parlamentare d'inchiesta sui tragici fatti di Genova 2001.
"Devastazione e saccheggio", unitamente al "concorso psicologico" e alla "compartecipazione" sono le accuse che hanno portato alla richiesta di 225 anni di galera, assieme alla richiesta di danni per milioni di euro, per 25 imputati, alcuni di loro anche feriti dalle forze dell'ordine oltre a quelli della Diaz e della caserma di Bolzaneto, tutto questo mentre i danni subiti dai partecipanti alle manifestazioni di quei giorni non verranno risarciti.
Invece i vertici delle forze dell'ordine operanti in quei giorni hanno avuto solo promozioni, e nessuna inchiesta ha portato a responsabilità dei "tutori dell'ordine".
Speriamo che ormai sia chiaro a tutti quanto le istituzioni continuino ad operare col solo intento di demonizzare il movimento, continuando a dare massimo risalto agli episodi di saccheggio della città di Genova e sorvolando volutamente sui gravissimi episodi di violenza fisica e psicologica ai danni di manifestanti inermi, nonché sulle oscure manovre all'interno dei "palazzi", in quei giorni veri e propri covi di un "potere fascista" ben conscio di appoggio e protezione incondizionata.
Vogliono che si continui a parlare solo ed esclusivamente dei soggetti a cui è stato permesso di mettere a ferro e fuoco la città. Lo vogliono oggi come allora hanno voluto tacere su tutto quel movimento, anche anarchico, che ha sfilato per la città di Genova pacificamente con le proprie bandiere e i propri specifici contenuti e che, mentre i "fantomatici black block" si dedicavano indisturbati ad una metodica opera di devastazione, si è trovato di fronte schieramenti di polizia intenti ad un'opera di repressione armata contro le mani nude di migliaia di donne ,uomini giovani ed anziani, intensificando con più rabbia la repressione anche contro quanti accorsi a Genova alla notizia della morte di Carlo Giuliani.
Non abbiamo dato allora questa opportunità e non daremo oggi l'opportunità di archiviare quanto di vergognoso è avvenuto in quei giorni.
Quel movimento chiede oggi la verità sulle responsabilità politiche di chi ha gestito quei giorni.
Chiede la ammissione delle violenze inaudite compiute dalle forze dell'ordine e dalla loro catena di comando.
Chiede giustizia sulla repressione e sui soprusi subiti dalla città e da chi in quei giorni ha vissuto un'ingiustificabile violenza.
In quanto parte delle mobilitazioni internazionali contro il G8 del 2001, in quanto partecipanti alle manifestazioni di quei giorni a Genova, i comunisti anarchici "pur non aspettandosi nessuna giustizia dalle istituzioni dello stato" si riconoscono pienamente nel movimento che oggi scende in piazza per chiedere verità e non dimenticare quelle giornate e per ricordare che "la violenza armata è dello Stato ed è sempre violenza contro gli inermi".


Federazione dei Comunisti Anarchici
14 novembre 2007

giovedì 15 novembre 2007

Violenza, propaganda e deportazione.

Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne


> [Si può sottoscrivere qui:
> http://www.petitiononline.com/trianero/petition.html]
>
> Il triangolo nero
> Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti
> e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
>
> La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne
> d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane
> suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una
> nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando
> "emergenze" e additando capri espiatori.
> Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L'omicida è sicuramente un
> uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per
> fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella
> vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene
> rimosso.
> Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata
> e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No:
> della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali;
> della prima si deve sapere che è italiana, e che l'assassino non è un
> uomo, ma un rumeno o un rom.
> Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con
> spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato,
> ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che
> rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro
> condizioni, nulla è più dato sapere.
> Su queste vicende si scatena un'allucinata criminalizzazione di massa.
> Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell'ordine sgomberano la
> baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra
> cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
> E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono
> rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini
> devono essere espulsi dall'Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e
> di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l'emergenza.
> Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità
> (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più
> bassi dell'ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati
> commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto
> Eures-Ansa 2005, L'omicidio volontario in Italia e l'indagine Istat 2007
> dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci
> la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni
> ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il
> responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il
> marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono
> spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
> Nell'estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal
> padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra
> culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare,
> era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne.
> Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture
> altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione
> e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l'aspetto
> fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di
> contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic
> Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel
> lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell'influenza
> politica, l'Italia è 84esima. Ultima dell'Unione Europea. La Romania è
> al 47esimo posto.
> Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
> Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i
> rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che
> impegnarsi nelle vere cause del panico e dell'insicurezza sociali
> causati dai processi di globalizzazione.
> Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso
> viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare
> le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all'assistenza
> sanitaria, al lavoro e all'alloggio dei migranti; che è più facile
> mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case,
> piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
> Succede che sotto il tappeto dell'equazione rumeni-delinquenza si
> nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
> Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima
> di un omicidio bianco.
> Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a
> prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita
> organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini
> italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza
> sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
> Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver
> "delocalizzato" e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da
> fame ai lavoratori.
> Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo
> giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d'ora di popolarità.
> Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno
> continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra
> convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa
> desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si
> esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno
> tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi
> da fuoco.
> Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto,
> come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in
> Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente,
> nell'ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che
> promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà,
> dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali
> e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo
> uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
> Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell'intolleranza il
> triangolo nero degli asociali, il marchio d'infamia che i nazisti
> applicavano agli abiti dei rom.
> E non sembra che l'ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra
> contro i poveri.
> Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci
> appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la
> dismissione dell'intelligenza e della ragione.
> Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
> Essere rumeni o rom non è una forma di "concorso morale".
> Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
> Nessun popolo è illegale.
>
> Adesioni aggiornate alle 16.00 di mercoledì 14 novembre 2007:
>
> Proposto da Alessandro Bertante, Gianni Biondillo, Girolamo De Michele,
> Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Helena Janeczek, Loredana
> Lipperini, Monica Mazzitelli, Marco Philopat, Marco Rovelli, Stefania
> Scateni, Antonio Scurati, Beppe Sebaste, Lello Voce, Wu Ming.
> Primi firmatari Fulvio Abbate - Maria Pia Ammirati - Manuela Arata -
> Bruno Arpaia - Articolo 21 - Rossano Astremo - Andrea Bajani - Nanni
> Balestrini - Guido Barbujani - Ivano Bariani - Giuliana Benvenuti -
> Silvio Bernelli - Stefania Bertola - Bernardo Bertolucci - Sergio
> Bianchi - Ginevra Bompiani - Carlo Bordini - Laura Bosio - Botto&Bruno -
> Silvia Bre - Enrico Brizzi - Luca Briasco - Elisabetta Bucciarelli -
> Franco Buffoni - Errico Buonanno - Lanfranco Caminiti - Rossana Campo -
> Maria Teresa Carbone - Massimo Carlotto- Lia Celi - Maria Corbi -
> Stefano Corradino - Mauro Covacich - Erri De Luca - Derive Approdi -
> Donatella Diamanti - Jacopo De Michelis - Filippo Del Corno - Mario
> Desiati - Igino Domanin - Tecla Dozio - Nino D'Attis - Francesco Forlani
> - Enzo Fileno Carabba - Ferdinando Faraò - Marcello Flores - Marcello
> Fois- - Barbara Garlaschelli - Enrico Ghezzi - Tommaso Giartosio - Lisa
> Ginzburg - Roberto Grassilli - Andrea Inglese - Franz Krauspenhaar - Kai
> Zen - Nicola Lagioia - Gad Lerner - Giancarlo Liviano - Claudio Lolli -
> Carlo Lucarelli - Marco Mancassola - Gianfranco Manfredi - Luca Masali -
> Sandro Mezzadra - Giulio Milani - Raul Montanari - Giuseppe Montesano -
> Elena Mora - Gianluca Morozzi - Giulio Mozzi - Moni Ovadia - Enrico
> Palandri - Chiara Palazzolo - Melissa Panarello - Valeria Parrella -
> Anna Pavignano - Lorenzo Pavolini - Giuseppe Pederiali - Sergio Pent -
> Santo Piazzese - Tommaso Pincio - Guglielmo Pispisa - Leonardo Pelo -
> Gabriele Polo - Andrea Porporati - Alberto Prunetti - Laura Pugno -
> Christian Raimo - Veronica Raimo - Franca Rame - Lidia Ravera - Enrico
> Remmert - Ugo Riccarelli - Anna Ruchat - Roberto Saviano - Sbancor -
> Clara Sereni - Gian Paolo Serino - Nicoletta Sipos - Piero Sorrentino -
> Antonio Spaziani - Subsonica - Carola Susani - Stefano Tassinari -
> Annamaria Testa - Laura Toscano - Emanuele Trevi - Filippo Tuena - Raf
> Valvola Scelsi - Francesco Trento - Nicoletta Vallorani - Paolo Vari -
> Giorgio Vasta - Grazia Verasani - Sandro Veronesi - Marco Vichi -
> Roberto Vignoli - Simona Vinci - Yo Yo Mundi
> Aderiscono Silvia Acquistapace - Armando Adolgiso - Enzo Aggazio -
> Valerio Aiolli - Fiora Aiazzi - Loredana Aiello - Cristina Ali Farah -
> Max Amato - Cris Amico - Cinzia Ardigò -Roberto Armani -Paolo Arosio -
> Monia Azzalini - Eva Banchelli - Barbara Barni - Adriano Barone -Daniela
> Basilico- Simona Baldanzi - Barbara Balzarotti - Remo Bassini -
> Elisabeth Baumgartner - Sandro Bellassai - Gigi Bellavita - Francesca
> Bonelli - Violetta Bellocchio - Paola Bensi - Alessandro Beretta -
> Alberto Bertini - Donatella Bertoncini - Marco Bettini - Paolo Bianchi -
> Nicoletta Billi - Valter Binaghi - Enrico Blasi -Augusto Bonato -
> Emanuele Bonati - Valentina Bosetti - Nadia Bovino - Giovanni Bozzo -
> Anna Bressanin - Annarita Briganti - Luciano Brogi - Gianluca Bucci -
> Manuela Buccino - Giusi Buondonno - Leonardo Butelli -Daniele Caluri -
> Nives Camisa - Maurizia Cappello - Paolo Capuzzo - Luigi Capecchi
> -Alessandro Capra - Carlo Carabba - Enrico Caria - Valentina Carnelutti
> - Eleonora Carpanelli - Guido Castaman - Silvia Castoldi - Ettore
> Calvello- Francesco Campanoni - Ernesto Castiglioni - Fabrizio
> Centofanti - Paola Chiavon - Marcello Cimino - Paolo Cingolani - Anselmo
> Cioffi - Beatrice Cioni - Francesca Corona - Stefano Corradino - Marina
> Crescenti - Vittorio Cartoni - Marcello D'Alessandra - Cristina
> D'Annunzio - Gabriele Dadati - Manuela Dall'Acqua - Paola D'Apollonio -
> Antonella De Luca - Patrizia Debicke van der Noot - Lello Dell'Ariccia -
> Paolo Delpino - Valentina Demelas- Chiara Desiderio - Prisca Destro-
> Francesco Di Bartolo - Chiara Dionisi - Martina Donati - Bruna Durante -
> Arturo Fabra- Marina Fabbri - Franco Fallabrino - Graziella Farina -
> Giulia Fazzi - Giorgia Fazzini - Raffaele Ferrara - David Fiesoli -
> Claudia Finetti - Maurizio Forte -Lissa Franco - Gabriella Fuschini -
> Daniela Gamba - Pupa Garriba - Walter Giordani - Viorica Guerri - Maria
> Nene Garotta - Luisa Gasbarri - Massimiliano Gaspari - Catia Gasparri -
> Valentina Gebbia - Lucyna Gebert- Silvana Giannotta -Angelica Grizi
> -Emiliano Gucci -Lello Gurrado - Francesca Koch - Rossella Kohler -
> Fabio Introzzi - Maria Rosaria La Morgia - Daniela Lampasona - Federica
> Landi - Loredana Lauri -Albertina La Rocca - Filippo Lazzarin - Sabina
> Leoni - Elda Levi - Mattea Lissia - Mariagrazia Lonza - Francesco Lo
> Piccolo - Giorgio Lulli - Monica Lumachi - Gordiano Lupi - Iseult Mac
> Call - Luca Maciocca- Giovanna Maiola - Alessandro Maiucchi- Ilaria
> Malagutti - Manuela Malchiodi - Felicetta Maltese - Emanuele Manco -
> Federica Manzon - Roger Marchi - Mauro Marcialis - Adele Marini -
> Gianluca Mascetti - Laura Mascia -Giusy Marzano- Anna Mascia - Mara
> Mattoscio - Stefano Mauri - Lorenzo Mazzoni - Ugo Mazzotta - Michele
> Mellara - Michele Meomartino- Camilla Miglio - Paola Miglio - Laura
> Mincer - Olek Mincer - Mauro Minervino - Roberto Mistretta- Giorgio
> Morale - Isabella Moroni - Elio Muscarella - Ettore Muscogiuri - Nino
> Muzzi - Rosario Nasti - No Reply - Giovanni Nuscis - Fabio Pagani - Dida
> Paggi - Valentina Paggi - Iulia Claudia Panescu - Rafael Pareja - Enrico
> Pau- Simonetta Pavan - Monica Pavani - Alessandra Pelegatta - Graziella
> Perin - Bruna Perraro - Seba Pezzani - Alessandro Piva- Serena Polizzi -
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> - Nicola Ponzio - Anna Porcu - Kiki Primatesta - Salvatore Proietti -
> Maddalena Pugno - Andrea Rapini - Vincent Raynaud -Paolo Reda - Luigi
> Reitani - Jan Reister- Sergio Rilletti - Mirella Renoldi - Patrizia Riva
> - Monica Romanò - Alessandro Rossi - Grazia Rossi - Luisa Rossi - Marta
> Salaroli - Carlo Salvioni - Ida Salvo - Bianca Sangiorgio - Veronica
> Alessandra Scudella - Maria Serena Sapegno - Simone Sarasso - Dimitri
> Sardini - Monica Scagnelli - Angela Scarparo - Gabriella Schina -
> Elvezio Sciallis - Marinella Sciumè - Matteo Severgnini - Michèle Sgro -
> Carlo Arturo Sigon - Genziana Soffientini - Crio Spagnolo - Mario Spezi
> - Mila Spicola - Susi Sacchi - Mariagrazia Servidati - Mattia Signorini
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martedì 6 novembre 2007

Dalla caccia al terrone alla caccia al rumeno:
controllo, sfruttamento e violenza di genere


Qualche decennio fa bastava essere "terrone" per essere considerato mafioso, violento ed inferiore alla pura razza del Nord Italia; se rintracciati "fuoriluogo", per esempio in cerca di lavoro al Nord e in difficoltà di trovare lavoro e alloggio, si veniva rispediti al paese natale con foglio di via.
Oggi molti dei figli, dei nipoti di quei terroni che ce l'hanno fatta a trovare lavoro al Nord hanno dimenticato grazie al meccanismo di oblio imposto dai poteri tutto questo e sono pronti a rifarsela con gli ultimi arrivati, soprattutto se provenienti dai paesi dell'Est, anche se molti/e di questi paesi fanno parte della stessa Comunità europea. Più crescono le difficoltà di arrivare a fine mese, più c'è il rischio che la gente cominci a ragionare sulle fortissime disuguaglianze economiche e sociali, più aumenta il bisogno di un capro espiatorio.
Ogni volta che c'è una crisi economica strisciante e che larghi strati della popolazione soffrono disagi economici e sociali spunta fuori un nuovo gruppo di terroni causa di tutti i guai. Fini & Co. soffiano naturalmente sul fuoco di questa situazione, d'altra parte restano fascisti e quindi il razzismo che è alla base della loro ideologia spunta fuori anche dalle camicie bianche e dai doppiopetti con i quali si presentano.
Ben più grave, ma perfettamente inserito nell'attuale quadro politico di inseguimento a destra del più becero senso comune, che per un pacchetto di voti da strappare a destra, ancora più a destra, se una donna viene assalita da un rumeno, è in fin di vita, immediatamente si proceda con un decreto che riguarda la possibile espulsione di tutti i rumeni, si abbattano le baracche in cui vivevano gruppi di individui al limite della sopravvivenza, si legittimino ronde e pestaggi. Così, con misure tanto demagogiche quanto inefficaci, si fa finta di aver risolto tutti i problemi, dall'aggressività di gruppi di emarginati che danno noia ai semafori alla povertà troppo visibile, in parallelo con quello che tanti bravi sindaci stanno facendo in giro per l'Italia: spazzare l'immondizia sotto il tappeto. E pazienza se si è barato sulle cifre per costruire l'emergenza.
E questo fa ancora più rabbia pensando alle tante donne barbaramente uccise, anche solo in questi ultimi mesi, da uomini, mariti o fidanzati, per cui si parla di un generico raptus di follia, e che non sembrano meritare altrettanto dolore, altrettanta rabbia, altrettanta determinazione a far si che non succeda più. Vittime di serie B perché uccise all'interno della famiglia, da cui magari cercavano di scappare, e non da un balordo che può essere utilizzato come comodo capro espiatorio, per nascondere il sempre maggiore impoverimento, l'inesistenza di politiche sociali di accoglienza e di sostegno, di politiche per la casa, lo smantellamento dei servizi pubblici e sociali, l'abdicare della politica a governare la società con qualcosa di diverso che la sola forza bruta, il cedere di tanta società civile alle semplicistiche equazioni straniero=criminale. E dei fascisti che hanno aggredito i rumeni nella stessa zona che facciamo: li espelliamo dall'Italia e dalla comunità europea e li facciamo diventare apolidi o li consideriamo salvatori dell'italica patria?
Il guaio è che il trucco del "dagli all'untore" è destinato ai lavoratori/lavoratrici che avrebbero ben altri interessi. Quanti problemi reali sono nascosti dietro il problema della sicurezza, per volontà dei governi di asfaltare la società in un unico gregge silenzioso e penitente? Aumento del costo della vita, contratti non rispettati, precarizzazione sempre più avanzata, servizi sempre più privatizzati e costosi e sempre meno efficienti, crescente indebitamento per tutti, con conseguente aumento della ricattabilità e del controllo sociale. E della paura. Del domani. Dello scippatore. Del diverso.
Allora diciamo chiaramente che città più sicure sono città meno povere, in cui si trovano i soldi per dare una casa a chi non ce l'ha, dove investire in cultura significa mediazione culturale e inserimento scolastico prima che notti bianche e passerelle di star, dove nessuno è clandestino e quindi tutti possono lavorare in regola e non essere così ricattabili, dove la sopraffazione non è una catena senza fine che alla fine uccide i più deboli, di solito le donne.
Non quelle in cui si scacciano i bambini da un ricovero di cartone per paura dello straniero.
Ma per avere città come quelle che vogliamo, e non come quelle che stanno costruendo per noi, bisogna riprendere con più vigore la lotta di classe, fare in modo che le disuguaglianze diminuiscano, che la solidarietà fra donne e uomini di qualsiasi nazionalità riprenda con forza, riportando all'attenzione di tutti i limiti di questa società nella quale cresce sempre più la ricchezza di pochi e lo sfruttamento di molti e dove la violenza contro le donne ne fa da padrone.
Contro le politiche razziste e sessiste e il crescente stato di polizia
Unità, solidarietà, lotta di classe e femminista!
Federazione dei Comunisti Anarchici
6 novembre 2007